“Sera di Giugno”. In teatro per ricordare Francesco Cecchin

Una sera di giugno del 1979 la vita di Francesco Cecchin si è interrotta bruscamente: un gruppo di avversari politici ha infatti dato sfogo al suo odio aggredendo quel giovane sorridente e ribelle, picchiandolo selvaggiamente e gettandolo, inerte, da un muretto alto qualche metro.

Dallo schianto del suo corpo sull’asfalto di quel cortile nei pressi di Piazza Vescovio, sono passati quarant’anni.

Un anniversario estremamente significativo, che un gruppo di ragazzi e ragazze, spinti esclusivamente dalla volontà di ricordare, ha deciso di celebrare con uno spettacolo teatrale alla realizzazione del quale, come spiegano gli organizzatori, “hanno collaborato diverse persone, ognuno secondo le proprie attitudini, capacità e sensibilità”.

L’idea, aggiungono, è quella di portare in scena la “giovinezza di un ragazzo di 17 anni che ha scelto la strada della militanza politica in un periodo terribile e sanguinoso come gli Anni di Piombo, consapevole del fatto che quella scelta avrebbe anche potuto costargli la vita”.

“Sera di giugno” (questo il titolo dello spettacolo) è un testo recitato da attori non professionisti e sottolineato da brani musicali eseguiti dal vivo, che si propone, concludono gli organizzatori, di “fare memoria attraverso il ricordo e la riflessione. E anche attraverso il sorriso. Di Francesco e di chi lo ha nel cuore”.

L’appuntamento è per le ore 21 di LUNEDI’ 17 GIUGNO presso l’Auditorium Due Pini (Via Riccardo Zandonai 4, Roma). Per informazioni e contatti: seradigiugno@email.it

La guerra nascosta dell’esercito: tra soldati in servizio e reduci 5800 suicidi

L’esercito Usa vicino a una guerra di troppotratto dal sito Blondet&Friends

Il 27 maggio, in Usa, è il Memorial Day, che celebra i caduti  delle guerre. L’ufficio di propaganda ha avuto la sfortunata idea di chiedere in un tweet: “Come ha influito su di te servire la bandiera?”.

Le risposte non sono state quelle previste, patriottiche e militariste. Più di 11 mila tweet furiosi, dolorosi,  amarissimi,  hanno rotto la coltre della narrativa ufficiale.

Storie di suicidi di reduci, di disturbi post-traumatici ed alcolismo  conseguenze, depressione ed ansia ed incubi, ed anche violenze carnali subite da ufficiali, mancata assistenza sanitaria; racconti di crimini di guerra e di danni permanenti per esposizione ad agenti chimici.

Alcuni commenti al tweet del Memorial Day

“Al mio migliore amico del liceo è stato negato il  trattamento per la salute mentale ed è stato costretto a tornare a un terzo turno in Iraq, nonostante avesse un trauma così profondo da riuscire a malapena a funzionare”, ha scritto Shane. “Ha preso una manciata di sonniferi e si è sparato alla testa due settimane prima di essere dispiegato.”

Un altro: “Il mio cocktail da combattimento? PSTD, depressione gravissima. Ansia. Isolamento.  Tentativi di suicidio. Una rabbia senza fine. Mi è costato il rapporto con mio figlio maggiore e mio nipote.  Ad alcuni dei miei uomini è costato anche di più. Come ha influito su di me il servizio militare? Chiedete  alla mia famiglia”.

Revulsione generale per  le menzogne secondo cui il  bellicismo Usa ha l’approvazione popolare. “Smettete di fabbricare nemici e  lanciare americani innocenti in guerre dove uccidono civili innocentiDa  tutte queste guerre combinate non avete guadagnato niente, e per il mondo  è stato l’inferno”.

Vite spezzate, ferite  fuori e nell’intimo, mutilate  che accusano furiosamente i metodi, i modi le distruzioni psichiche che le guerre americane senza fine (la “lunga guerra al terrorismo”, come la chiamò Donald Rumsfeld, dura dal 2001) hanno ridotto le vite dei soldati;  il diluvio di risposte dice che il prezzo pagato è troppo alto e la misura è colma.

Esercito Usa: 5500 reduci si sono tolti la vita

Non solo per i veterani ma per  la società  nel suo complesso:  i 5500 reduci che si sono tolti la vita l’anno scorso, e i 321 che si sono suicidati in servizio attivo, si aggiungono alle morti per overdose  da oppiacei, ed ai suicidi nella “società civile”: aumentati del 30 per cento negli ultimi dieci anni, laddove in tutti gli altri stati del mondo diminuiscono.

“Più di 150.000 americani sono morti per decesso e suicidio indotto da alcol e droghe nel 2017. Quasi un terzo – 47.173 – erano suicidi”, ha scritto il New York Times.

“Nel 2017, più di 1.000 americani sono morti per overdose da oppioidi sintetici ogni due settimane, superando i 28.000 all’anno”.

Una sofferenza sociale senza limiti e non affrontata, una “fatica del materiale” sociale e una usura del vivere che – suggerisce Philippe Grasset –  non  può che preludere alla “disintegrazione-entropizzazione” delle forze armate, le più sovrappeso della storia , proprio nel pieno del loro gigantismo e della loro superpotenza che si traduce nel suo contrario.

Non è una esagerazione. Gli Usa non sanno come ritirare le truppe bloccate in Afghanistan,  dove ormai assistono alle vittorie dei Talebani senza reagire, perché non si sa come ritirare l’immane equipaggiamento.

Non è trasportabile per aereo: era stato inoltrato via terra attraverso la Russia, ma ora le condizioni di ostilità che Washington contro Mosca non rendono fattibile questo favore.

Attraverso il Pakistan: ma i rapporti con il Pakistan sono oggi pessimi.  Dimitri Orlov suggerisce, sarcastico, di abbandonare tutto il materiale sul posto ed  evacuare il solo personale, da inviare direttamente negli ospedali  psichiatrici della Veteran Health Administration, se ci sono ancora posti.

Quando le forze USA si disintegrarono

Philippe Grasset ricorda che altre volte l’esercito americano conobbe una implosione gigantesca, che la storia nasconde, proprio subito dopo la vittoria  sulla Germania e sul Giappone.

Aprile ’45,  la fine  del Reich: erano presenti in Europa 3 milioni di soldati americani; tra maggio e settembre, sono ridotti a 500 mila; il 31 dicembre 1945, non ne restano che 200 mila.

Un movimento simile si verifica nel Pacifico; la smobilitazione graduale, prevista  dal capo di stato maggiore generale Marshall  che intendeva portarla a termine nel novembre 1949, non fu possibile. Lo stesso generale parlò non di “smobilitazione”, ma di disintegrazione.

(Battaglia delle Ardenne, inverno 1944-45: migliaia di soldati USA prigionieri dei tedeschi, ormai prossimi alla capitolazione).

“Il 30 giugno 1946, il 99,2% degli effettivi che esistevano al momento della capitolazione tedesca sul territorio vinto, erano  spariti. …1.282.000 rientrarono a casa in unità costituite; 983 mila individualmente”, insomma un gigantesco fenomeno di diserzioni di massa e alla spicciolata, di rifiuto di obbedienza, di insubordinazione, eccitata in patria dalle famiglie e dal Congresso, cui le famiglie chiedevano a gran voce di far tornare i loro cari; in un caos ed anarchia totale, tumultuosamente, l’America lasciò sguarnita l’Europa.

Richiard Pipes

Per le sue dimensioni, “la smobilitazione americana del 1945 non si può paragonare che a un solo altro caso nella storia, la disintegrazione dell’armata russa nel 1917”, ha scritto lo storico Richard Pipes.

Ebreo polacco , che fu a capo del gruppo di lotta clandestina  anticomunista della Cia negli anni ’70, Richard Pipes è il padre di uno dei più fanatici neocon, Daniel Pipes.

Forse farebbero bene a chiedersi se non hanno richiesto un prezzo troppo alto per Israele a questo popolo, come già ne chiesero uno altissimo ai popoli russi sotto il giudeo-bolscevismo.

La  seconda volta è stato nella guerra del Vietnam, anni ’70: “secondo ogni indicatore immaginabile  il nostro esercito ora di stanza in Vietnam è in uno stato prossimo al collasso, con  unità  che rifiutano il combattimento, uccidono i propri ufficiali, drogati fino ai capelli, morale a terra, ammutinati”, scriveva il colonnello dei Marines  Robert D. Heinl Jr., e aggiungeva: nei reparti “conflitti razziali, tossicodipendenza pandemica, reclute che disobbediscono malevolmente, furti in caserma, reati comuni”.

La taglia sul tenente colonnello W.Honerycutt

Si dovettero costituire unità separate per i soldati (se così si possono chiamare) che si rifiutavano di salire sugli elicotteri per andare in operazione.

Nel 1970 gli  ufficiali uccisi dai loro soldati furono 109; l’anno prima erano stati 96.  A metà del 1969, i G-men misero una taglia da 10 mila dollari sul tenente colonnello Weldon Honerycutt, che aveva ordinato (e guidato) il sanguinoso assalto alla collina che fu chiamata  Hamburger Hill, ed effettivamente l’ufficiale subì vari tentativo di ammazzarlo.

L’elusione tacita dal combattimento era diventata “praticamente un principio”, dice il colonnello: sbarcati dagli elicotteri i GI invece di  cominciare le operazioni, si rintanavano nella giungla e aspettavano, fumando e bevendo, di essere rilevati.

I Vietcong lo sapevano così bene che avevano ricevuto istruzioni di non infastidire quelle unità che non li disturbavano …e  lo dissero ai colloqui di Parigi.

I due fenomeni di disintegrazione sono propri di un’armata di coscritti di leva, di una  gioventù di inesistenti attitudini militari, inabituata dalla vita civile alla disciplina e ad ogni sacrificio,  in forte collegamento psicologico con la società, le famiglie, il clima culturale e politico democratico: per tutta la guerra, i sondaggi rivelavano che i soldati avevano come prima preoccupazione non di sconfiggere i nazisti, ma di non tornare nella Grande Depressione. Il Vietnam coincise (o fece nascere) l’età dei Figli dei Fiori, l’edonismo come traguardo della gioventù.

E’ stato per questo che oggi le forze armate sono completamente professionali.  Ma l’odierna crisi morale delle forze armate americane, nota Grasset, “deriva da quattro fattori, essenzialmente voluti dal Sistema”, che hanno un effetto terribile sul morale (e sulla morale) dei combattenti:

4 fattori essenziali che determinano il morale

1 – “Le guerre estremamente impopolari, illegali, senza alcuna giustificazione politica accettabile né alcuna necessità strategica [le guerre per Sion, ndr.] e segnate da grandi distruzioni delle infrastrutture e stragi di popolazioni dei paesi attaccati.

2 – Strutture di comando delle forze USA estremamente mediocri tanto sul piano tattico che strategico, tutte tese verso le proprie promozioni e  l’affermazione di “narrative” falsissime della propaganda.

3 – Equipaggiamenti che sacrificano tutto a un tecnologismo sfrenato, che troppo spesso porta situazioni di blocco e inefficacia per i soldati  sul campo di battaglia, e la cui creazione acquisizione risponde solo agli interessi del complesso militare industriale e  l’orientamento inflessibile burocratico.

4 – L’utilizzo sempre maggiore di  mercenari, di  contractors di agenzie private (che sono ex soldati  di elite che guadagnano molto di più dei colleghi in servizio); il ricorso a guerriglieri pseudo-terroristi inquadrati e manipolati da agenzie concorrenti in seno al Sistema – è inevitabile che ciò produca una accumulazione di disordine, la perdita del senso della gerarchia, del dovere e dell’onore, e del patriottismo che deve essere abituale nelle forze armate”.

Non è forse paradossale che la “superpotenza” oggi  aumenti  le sue minacce militaresche in provocazioni elliciste a Russia, Iran, Cina, con toni sempre più acuti: forse proprio perché si sa intimamente vulnerabile, a rischio di entropia militare e compensa con atti provocatori e rumorosi l’intima insicurezza. Con il terrore di dover combattere una guerra di troppo, spinta da Sion. Fonte: Blondet&Friend – Maurizio Blondet

Un pilota di F-35 ha ha tracciato un pene gigante sulla Luke Air Force Base in Arizona

3 medici le confermano il danno ma nessuno lo mette per iscritto: hanno paura

Valentina:Prima di vaccinare si ha il dovere di informarsi in quanto genitori: lo dobbiamo ai nostri bambini”.

Di questa madre ce ne eravamo occupati nel 2018, era il mese di novembre quando pubblicammo il suo “grido” d’aiuto rivolto al Ministro della Salute Giulia Grillo: ovviamente inascoltato.

A distanza di quasi un anno la ritroviamo in un video che ha caricato nella sua pagina Facebook. Prova a raccontare la sua storia in pochi minuti e, ascoltando, non si può restare indifferenti.

Valentina, questo il suo nome, ha 35 anni ed è di Palermo:  Un vaccino ha rovinato la vita di uno dei miei figli, la mia e quella di tutta la mia famiglia”.

Poi racconta cosa è successo: “Già 12 ore dopo il vaccino MPR somministrato a 14 mesi, mio figlio ha cominciato a manifestare le prime reazioni avverse”.

Dice di essersi resa conto di quanto fosse grave quando, provando a chiamare il figlio, non si girava: “Non si muoveva, non parlava più”.

Ben 3 medici le avrebbero confermato il danno da reazione  ma nessuno era disposto a metterlo per iscritto: temevano una possibile radiazione dall’albo.

Dopo la diagnosi Valentina entra in depressione. Il marito si vede costretto a licenziarsi per seguire tutte le terapie del bambino.

“La nostra situazione economica è drastica – racconta – ma tanto non è mai colpa del vaccino e dunque, alle istituzioni non importa nulla”.

Verso la conclusione del video si rivolge a tutte quelle persone che non hanno alcun dubbio rispetto alle possibili reazioni avverse: “I danneggiati e i morti da vaccino esistono”:

L’appello di Valentina: “Informatevi”

Poi una frase che rende l’idea della situazione che sta vivendo: “Quando capita ad una persona della tua famiglia, la vita diventa un inferno dal quale vorresti uscire ma non puoi”.

In lacrime dice: “Avrei voluto incontrare qualcuno che mi avesse messo la pulce nell’orecchio; purtroppo indietro non si torna. Prima di vaccinare si ha il dovere di informarsi in quanto genitori: lo dobbiamo ai nostri bambini”.

Pubblicando la lettera nel 2018 nessuno si aspettava una risposta, sapevamo non sarebbe mai arrivata e lo stesso accadrà dopo la pubblicazione di questo video.

Siamo abituati a vedere le istituzioni confrontarsi su tanti temi tranne che sui vaccini. Verrebbe da chiedersi come mai ma qualche idea ce la siamo fatta. Evidentemente, per loro, i danneggiati continuano a essere invisibili.

Ringraziamo di cuore questa mamma che con la sua testimonianza aiuterà tante famiglie, ne siamo certi.Video di Valentina Alfano: https://www.facebook.com/valeepaolom

Posted by Lo Sai on Tuesday, June 4, 2019

Tre italiani al Bilderberg, anche il vicedirettore del Fatto Quotidiano

Renzi al Bilderberg con Gruber, ma il vero potere è altrovetratto dal sito libreidee

La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber.

Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”.

E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”.

L’inizio del Bildelberg

«A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale».

Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».

Fondato nel 1954, il Bilderberg Meeting è una conferenza annuale «progettata per favorire il dialogo tra Europa e Nord America», spiega lo stesso club sul proprio sito.

Ogni anno, tra 120-140 leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del lavoro, del mondo accademico e dei media sono invitati a prendere parte al Meeting.

Circa due terzi dei partecipanti provengono dall’Europa e il resto dal Nord America; circa un quarto dalla politica e dal governo e il resto da altri campi.

Il Bilderberg si definisce «un forum per discussioni informali su questioni importanti». Gli incontri «si svolgono secondo la Chatham House Rule, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma né l’identità né l’affiliazione degli oratori o di altri partecipanti possono essere rivelate».

Nessun ordine del giorno

Grazie alla natura privata del Meeting, i partecipanti «prendono parte come individui piuttosto che in qualsiasi veste ufficiale, e quindi non sono vincolati dalle convenzioni del proprio ufficio o da posizioni prestabilite».

In quanto tali, «possono prendere tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee». Non vi è alcun ordine del giorno dettagliato, non vengono proposte risoluzioni, non vengono votate né emesse dichiarazioni politiche.

Da anni, il Bilderberg fa parlare di sé lasciando trapelare (o addirittura presentando apertamente) la lista degli invitati.

«Tanta sovraesposizione – sostiene il saggista Gianfranco Carpeoro, acuto analista delle dinamiche del potere – sembra fatta apposta per lasciare al riparo, nell’ombra, i veri centri di potere».

Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, spiega che il Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il Council on Foreign Relations statunitense, il Gruppo dei Trenta, la stessa Bce) sono in realtà istituzioni “paramassoniche”, cioè progettate da massoni ma aperte a “profani”.

Il potere occulto di 36 superlogge

In pratica, cinghie di trasmissione del vero potere, che per Magaldi è esercitato – in modo occulto – dalle 36 superlogge sovranazionali che hanno in mano governi, finanza e geopolitica.

Fanno parte di questa categoria i think-tanks come l’Aspen Institute, il Forum di Davos, il Club di Roma.

Sono gli incubatori dell’attuale mondialismo, che le Ur-Lodges di segno neo-conservatore hanno sostanzialmente imposto al pianeta dopo il crollo dell’Urss, al termine di una lunga preparazione avviata nel 1971 con il Memorandum neoliberista di Lewis Powell (Wall Street) e completata nel 1975 con il manifesto “La crisi della democrazia”, saggio firmato da Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki su commissione della Trilaterale (di Gianni Agnelli l’introduzione all’edizione italiana).

Attraverso l’analisi della massoneria di potere, nel suo lavoro editoriale Magaldi sintetizza la traiettoria dell’Occidente nell’ultimo mezzo secolo: l’espansione del progressismo varato da Roosevelt in base alla dottrina economica di Keynes (benessere diffuso) proseguì fino alla presidenza di Lyndon Johnson, ma – dopo l’omicidio di Jfk – fu brutalmente fermata da altri due delitti politici, l’assassinio di Bob Kennedy e Martin Luther King.

In Italia

In Europa, l’Italia fu il campo di battaglia che vide opporsi le due anime della supermassoneria: un funzionario kennediano come Arthur Schlesinger jr. fu determinante nel neutralizzare i tre tentativi di golpe condotti nella penisola.

E al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, i progressisti risposero nel ‘74 con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, fatta scattare non a caso il 25 aprile, per ricordare la liberazione antifascista dell’Italia.

Quattro anni dopo fu rapito e ucciso Aldo Moro, politico che intendeva preservare la sovranità italiana di fronte al nuovo globalismo che stava già progettando l’Ue.

Poco prima del sequestro, Moro fu minacciato e intimidito a Washington da Kissinger: fu lo stratega del golpe cileno ad “avvertire” il leader democristiano che avrebbe rischiato la vita, insistendo con l’alleanza con il Pci di Berlinguer.

Nel suo libro, Magaldi rivela che Kissinger è stato l’eminenza grigia della “Three Eyes”, la superloggia che più di ogni altra, prima dell’11 Settembre, si è impegnata per fermare l’avanzata dei diritti sociali in Occidente.

La P2 di Gelli

Sempre Magaldi sostiene che la P2 di Gelli non era che il braccio operativo italiano della “Three Eyes”. In un recente convegno a Milano, il Movimento Roosevelt – di cui Magaldi è presidente – ha ricordato le figure di Olof Palme e Thomas Sankara.

Due massoni progressisti, assassinati nella seconda metà negli anni ‘80 alla vigilia dell’avvento della globalizzazione neoliberista del pianeta, che avrebbe incluso anche la Cina e che oggi colpisce duramente l’Africa: lo stesso Sankara, leader carismatico del Burkina Faso, si era opposto alla schiavitù finanziaria del debito.

Palme, unico premier europeo ucciso mentre era in carica, fu freddato a Stoccolma nel 1986. Un uomo scomodo: fautore del miglior welfare europeo e dell’impegno diretto dello Stato nell’economia sociale, avrebbe ostacolato la nascita di questa Ue, di segno oligarchico.

Un anno dopo l’omicidio Palme scomparve da Roma il professor Federico Caffè: era considerato il maggior economista keynesiano d’Europa, capace di fornire agli Stati gli strumenti per consentire ai governi di sostenere finanziariamente le economie, puntando al benessere dei cittadini.

Gruber, Renzi e Mattia Feltri

Il neoliberismo è oggi la nuova religione universale: ne fanno professione anche Lilli Gruber, Matteo Renzi e lo stesso Mattia Feltri, ospiti del Bilderberg.

La teologia neoliberale prevede che siano gli attori finanziari a decidere le politiche degli Stati, a prescindere dalle elezioni: i governi sono ricattati dal debito statale, che si chiama ancora “pubblico” ma è stato privatizzato, essendo detenuto da fondi d’investimento privati.

Di qui il dogma dello “Stato minimo”: obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il ruolo sociale dello Stato con il pareggio di bilancio.

Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles.

Nel frattempo, alla crisi sociale determinata dal rigore finanziario si è accompagnata l’esplosione del caos geopolico planetario, innescato dal crollo dell’Urss e deflagrato con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, per arrivare fino al terrorismo targato Isis.

Una dinamica infernale, che Magaldi riconduce alla Ur-Lodge “Hathor Pentalpha” creata dai Bush per esportare in tutto il mondo la strategia della tensione.

Obiettivo: imporre a mano armata la globalizzazione neoliberista. Una narrazione, questa, da cui restano lontanissimi politici come Renzi e giornalisti come Mattia Feltri e Lilli Gruber, che non ha mai neppure citato il libro di Magaldi (ben noto invece ai signori del Bilderberg e a tutti i veri potenti di questi anni, da Napolitano a Draghi). Fonte: libreidee

Elezioni europee, prende 1000 voti ma è in carcere: ecco chi è Tatarella

Elezioni Europee 2019: quasi mille voti per Pietro Tatarella di Forza Italia (in carcere) – di Francesco Loiacono

È in carcere con l’accusa di associazione per delinquere nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti e tangenti in Lombardia.

Eppure Pietro Tatarella, candidato di Forza Italia alle elezioni europee che si sono tenute ieri, 26 maggio 2019, ha collezionato nella circoscrizione Nord-Ovest quasi mille voti.

Novecentonovantacinque voti. Queste le preferenze raccolte dal candidato di Forza Italia Pietro Tatarella alle Elezioni europee di ieri, 26 maggio 2019.

Un risultato modesto e a cui certo non sarebbe stato necessario dedicare un articolo di giornale. Se non fosse che Tatarella, ex consigliere comunale di Milano, mentre si votava (e anche nei giorni precedenti) era in carcere perché arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti e tangenti in Lombardia.

Tatarella, che prima di essere travolto dall’inchiesta giudiziaria era ritenuto un astro nascente di Forza Italia in Lombardia, tanto da guadagnarsi la candidatura all’Europarlamento nella Circoscrizione Nord-Ovest, è ancora sottoposto alla misura di custodia cautelare in carcere: pochi giorni fa i pubblici ministeri si sono opposti alla richiesta di scarcerazione e dei domiciliari avanzata dai difensori del politico.

Suona quanto meno curioso, dunque (fatta salva la presunzione di innocenza), che Tatarella nonostante il carcere con la pesante accusa di associazione per delinquere abbia ottenuto comunque la fiducia da parte di un migliaio di elettori in tutta la Circoscrizione Nord-Ovest.

Il “feudo” più importante per il 35enne Tatarella, com’era ipotizzabile, è stato Milano, dove il politico ha ottenuto 465 voti.

Da Pietro Tatarella a Lara Comi

Se si allarga il campo alla provincia di Milano Tatarella ha ottenuto 657 voti, mentre in tutta la Lombardia le preferenze sono state 868. C’è, dunque, anche chi ha votato per Tatarella da fuori regione.

Oltre 32mila preferenze per l’eurodeputata Lara Comi, indagata per finanziamento illecito.

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Nella circoscrizione Nord-Ovest era candidata con Forza Italia anche l’eurodeputata Lara Comi, anche lei indagata dalla Procura di Milano nella maxi inchiesta sui rapporti tra politica e imprenditori con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti.

Nel suo caso, le preferenze in tutta la circoscrizione sono state 32mila. Un risultato di tutto rispetto che potrebbe far pensare che la bufera giudiziaria che l’ha investita non abbia influito sulla performance dell’europarlamentare uscente.

Basta però confrontare il risultato della Comi con i voti ottenuti alle ultime due elezioni europee per capire che non è stato così: nel 2009 ottenne 63.158 voti, mentre alle scorse europee del 2014 Lara Comi collezionò ben 83.987 voti, molto più del doppio delle preferenze ottenute ieri. Fonte: fanpage.it 

Ecco il provvedimento dell’Agcom contro violenza e intolleranza sui social

Così l’Agcom vuole punire l’informazione “sovranista” – di Roberto Vivaldelli – tratto da Oltre la linea

Ci siamo, ecco il tribunale politicamente corretto dell’Agcom, l’Autorità garante per la comunicazione, che mira a imbavagliare l’informazione non conforme.

Come spiega Maurizio Belpietro su La Verità, l’altro ieri l’Agcom «ha varato un provvedimento che rappresenta un vero e proprio bavaglio nei confronti di chi non si uniformi al pensiero unico politicamente corretto. Con la scusa di porre un argine all’odio nei tg e nei social, la commissione di super esperti ha infatti emesso un regolamento che impone a tutte le trasmissioni, ai social network, ma anche agli editori, di evitare e cancellare «ogni espressione di odio che incoraggi alla violenza o all’intolleranza».

Un provvedimento scritto su misura. Come sottolinea Belpietro, il provvedimento così come si presenta può anche essere condivisibile e comprensibile.

Agcom contro i giudizi non conformi

«Ma il provvedimento non è contro l’ odio, bensì contro chi si permette di esprimere giudizi non conformisti. Infatti il regolamento è scritto su misura per impedire che qualcuno si azzardi a pubblicare qualche cosa che l’Autorità del politicamente corretto non gradisca. In particolare su immigrati, rom, musulmani e sul tema del gender».

Il regolamento, frutto di questo folle clima di totalitarismo liberale, «prevede una contestazione a cui l’editore avrà tempo 15 giorni per rispondere e, a seguire, scatterà la segnalazione all’ordine professionale per il giornalista, reo di avere opinioni non gradite all’Autorità. Il Tribunale del conformismo, che in altri tempi avremmo chiamato Minculpop, «diffiderà editori, testate e piattaforme Web dal continuare la condotta illegittima».

Cara Agcom, chi stabilisce cosa è odio o no? Come nota Francesco Maria Del Vigo su IlGiornale.it, «Il problema è: quali sono le parole d’odio? Perché a questo punto entra in ballo la sensibilità personale e quindi, almeno in una certa misura, anche la soggettività. Le parole d’odio – spiega l’Agcom – prendono di mira bersagli specifici (come le donne, gli omosessuali, gli immigrati, i rom, le persone di colore). Parole che farebbero leva su stereotipi e luoghi comuni. Ma nel mirino del garante finiscono anche i contenuti di cronaca che possono portare a «pericolose generalizzazioni».

L’Agcom si affida a organizzazioni per i diritti umani che sono tutto fuorché imparziali. Ma questo, l’ente guidato dall’uomo vicino a Mario MontiAngelo Cardani, lo sa perfettamente e fa finta di nulla. Fonte: Oltre La Linea

Mamma novax guasta la festa a odiatori provax: ecco cosa è successo

Il caso dell’asilo abusivo di Villacidro in Sardegna ha riacceso la diatriba tra le opposte fazioni: provax e novax.

Non entriamo nel merito della vicenda limitandoci a osservare che sarebbe opportuno portare bambini in strutture a norma, ma anche di poterlo fare senza essere obbligati a vaccinare.

Discutere di vaccini sembra diventato impossibile, soprattutto per quei genitori che hanno più di una perplessità rispetto all’efficacia e alle possibili reazioni avverse.

Ed è spesso proprio grazie all’odio di molti provax che non si riesce ad avere un confronto pacato. Se poi arriva anche il carico di certa informazione, come quella del paladino provax, Enrico Mentana, allora c’è davvero da preoccuparsi.

Il direttore pubblica l’articolo sulla vicenda sarda con questo incipit: “La deriva no vax porta anche a questo, sulla pelle dei bambini”. Davvero un bel commento!

E pensare che stiamo parlando di Mentana, un giornalista con anni e anni di carriera alle spalle. Che poi, caro direttore, a “giocare” sulla pelle dei bambini non sono mica questi genitori…

Appena pubblicato il post, parte la macchina dell’odio: gli adepti della setta iniziano la loro carrellata di commenti offensivi. Di loro ce ne siamo occupati anche qualche mese fa in questo articolo.

Ma proprio sul più bello arriva una mamma che con la sua testimonianza guasta la festa degli odiatori provax.

La testimonianza della madre novax

“Buonasera a tutti. Sono una mamma, sfortunatamente no VAX. E dico sfortunatamente perché non è che ci sono nata, ma ho vaccinato i miei figli e come tante altre mamme ho dovuto fare i conti con ‘le reazioni avverse’. La mia secondogenita a causa di una vaccinazione è disabile 100%”.

Inizia così il post di Sabrina, questo il nome della mamma, che poi aggiunge: “Sono una persona normalissima, una persona che lavora, paga le tasse e come tutti, in fiducia, ho sottoposto i miei primi due figli al normale calendario vaccinale”.

Invece di offendere e paragonare i novax a qualche terrapiattista “chiedetevi perché il 90% di noi lo è diventato DOPO aver vaccinato”, dice la mamma.

“Perché è facile da fuori giudicare ma provate a vivere sapendo di aver partorito un figlio sano e poi di vivere di disabilità, terapie e sofferenza”. Magari si limitassero a giudicare.

“Chiamateci ex-vax, sarebbe più corretto. E per quanto mi riguarda, spero che tutti voi, nessuno escluso, anche i più cattivi, arroganti e violenti, non dobbiate mai e dico MAI passare dalla nostra parte, perché vuol dire che passereste dal nostro inferno, e che un altro bambino ha pagato”.

Le reazioni offensive ad un post garbato

Una mamma che ha voluto semplicemente condividere la sua triste vicenda, con garbo ed educazione fino all’ultimo rigo: “Buona serata a tutti, scusate l’intromissione, continuate pure”.

Ovviamente le reazioni non si sono fatte attendere. Oltre alle offese, parte il solito mantra provax: “Non esiste correlazione tra vaccino e danno”.

Alla madre il compito di spiegare l’ovvio e cioè che il vaccino è un farmaco, dunque, si possono avere reazioni avverse.

Poi quella precisazione che fa rabbrividire: “Per correttezza di informazione tengo a precisare che la bambina era perfettamente sana, nessun problema fisico e motorio, parlava e aveva una crescita assolutamente normotipica”.

Racconta del vaccino: “Ha effettuato il vaccino MPR coniugato con pneumococco, tre ore dopo ha sviluppato una forte febbre che è durata 6 giorni, appena sfebbrata la bambina non si muoveva né parlava né deglutiva”.

Il dramma: “Totalmente assente e apatica per più di sei mesi, esami effettuati al Besta a Milano. Diagnosi encefalopatia post vaccinale. E se vogliamo dire che post non vuol dire a causa di… Allora siamo al ridicolo e l’analfabeta non sono certo io”.

Chissà se il direttore avrà letto il commento. Intanto, nella discussione, nessuno che abbia dato prova di aver studiato un minimo l’argomento.

Qui sotto postiamo qualche risposta giusto per capire l’attendibilità di questi odiatori e le loro “argomentazioni scientifiche”.

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C’è anche un vincitore

Sono ovviamente solo alcuni dei commenti ma c’è molto altro. L’ultimo che proponiamo è davvero fantastico: chiede di essere bannato dal direttore perché non sa più come insultare i novax.

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Altro che asilo abusivo, questi odiatori non si sono fermati nemmeno davanti a una testimonianza così importante.

Avrebbero potuto approfittarne e farne tesoro, fermarsi e iniziare a riflettere: porre domande intelligenti. Niente, proprio non ce la fanno.

Ma del resto, se i loro “maestri” sono i primi a cercare lo scontro, cosa ci si può aspettare da chi sceglie di seguirli?

Auguri invece a questa mamma, che possa trovare la forza e il coraggio di andare avanti con la stessa determinazione ed educazione usata nei commenti.

Ecco cosa succede se mangiamo regolarmente kiwi per una settimana

Il potere lassativo del kiwi, una settimana e perdi una tagliatratto dal sito Soluzioni bio

Questo frutto, se consumato regolarmente, permette di perdere diversi chili in una sola settimana grazie alle sue proprietà nutritive.

La polpa del kiwi infatti aiuta a combattere la stipsi, svolge un’azione detox e diuretica, eliminando i liquidi in eccesso nel corpo. Inoltre agisce direttamente su cellulite e ritenzione idrica.

Il bello del kiwi è che si può mangiare a ogni ora. Gustatelo accompagnato con pesce, carne magra, formaggi light, pasta e pane integrale. Risulta ottimo anche con la verdura, lo yogurt bianco e la frutta.

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Con i piatti dolci oppure quelli salati, il kiwi è sempre un’ottima soluzione. Potete assaggiarlo insieme al grano saraceno e al pesce oppure aggiungerlo a insalate esotiche.

Questo ingrediente versatile e gustoso vi consentirà di perdere peso in pochissimo tempo senza nemmeno accorgervene.

Come condimenti usate solamente due cucchiai di olio extravergine d’oliva al giorno, sostituendo il sale con le spezie e gli aromi.

Come funziona la dieta del kiwi

La giornata inizia con una centrifuga di kiwi, accompagnata da due fette di pane integrale tostato e uno yogurt bianco magro.

A pranzo assaporate un piatto di riso basmati con kiwi e melograno, accompagnato da verdure di stagione grigliate. A cena optate per salmone affumicato con fettine di kiwi.

Come spuntino potete gustare una macedonia oppure un frullato di frutta. La giornata termina con una tisana al finocchio, per sgonfiare la pancia e favorire il sonno. Non fare per più di una settimana.

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Fonte: soluzionibio – Titolo originale: Il potere lassativo del kiwi, una settimana e perdi una taglia 

Governo Lega 5Stelle: ecco cosa faranno con le caserme dismesse

Carcere. scende in campo anche la Difesa per individuare caserme dismesse – di Damiano Aliprandi

Da ex aree militari a nuove carceri. Firmato il protocollo d’intensa tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e la ministra della Difesa Elisabetta Trenta per individuare aree militari inutilizzate dove possano essere realizzati nuovi istituti penitenziari.

Il documento ha l’obiettivo di migliorare la nota situazione di sovraffollamento delle carceri italiane e consentire l’attuazione del piano di riequilibrio territoriale del sistema penitenziario nazionale.

Ricordiamo che il piano della riconversione è legittimato dall’articolo 7 del decreto semplificazioni, poi convertito in legge.

Tale articolo dispone che, ferme restando le competenze del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti in termini di infrastrutture carcerarie, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria concorra attivamente alle attività relative alla ristrutturazione e/o alla costruzione di nuovi istituti nei prossimi due anni (termine 31 dicembre 2020).

E tra i compiti assegnati al Dap dall’art. 7 (comma 1) c’è anche la “individuazione di immobili, nella disponibilità dello Stato o di enti pubblici territoriali e non territoriali, dismessi e idonei alla riconversione, alla permuta, alla costituzione di diritti reali sugli immobili in favore di terzi al fine della loro valorizzazione per la realizzazione di strutture carcerarie”.

Ora, con il protocollo d’intesa firmato ieri, interverrà anche il ministero della Difesa, individuando, appunto, le caserme dismesse.

Caserme dismesse trasformate in carceri

Quindi, per ora, pare che sia accantonata la costruzione di nuove carceri, ma ritorna in pista la riconversione dei vecchi edifici. È attuabile in tempi brevi e le risorse finanziare basteranno?

Ma soprattutto le vecchie caserme risponderanno alle logiche del carcere moderno che deve avere strutture architettoniche adeguate al nuovo concetto della pena?

Le opere militari inutilizzate sono sparse in tutto il territorio italiano e per lo più abbandonati al degrado: vecchie caserme, polveriere, poligoni, postazioni dei battaglioni d’arresto, alloggi per i militari, che da anni aspettano una riconversione per diventare musei, addirittura parchi fotovoltaici, oppure frantoi. Ma anche, appunto, carceri.

L’esempio attuale è San Vito al Tagliamento, nel Friuli, dove al posto della caserma nascerà il nuovo carcere, atteso da anni. Ricordiamo che la caserma è stata individuata nel 2013.

Infatti l’iter è stato lunghissimo, con non pochi intoppi, tanto da ricorrere alla Corte dei Conti che poi dette il via.

Ma la caserma, ovviamente, non risponde ai canoni moderni del carcere, per questo viene abbattuta e quindi si rifarà da zero il nuovo carcere.

È stata recuperata solamente la palazzina già sede del Comando del Battaglione Piccinini e ospiterà la parte amministrativa della nuova struttura.

I lavori sono iniziati ufficialmente nel maggio del 2018, però il bando è stato presentato alla Gazzetta Ufficiale Europea nel 2013. Il costo è di circa 25 milioni di euro già stanziati dai precedenti ministeri.

I costi, appunto, sono quelli che sono stati presi in considerazione anche dal rapporto di Antigone e già riportato da Il Dubbio.

I soldi stanziati per questo tipo di attività di edilizia carceraria sono meno di 30 milioni in due anni. Basteranno visto i costi che riguardano anche le riconversioni che, di fatto, sono ricostruzioni?

Ecco perché diversi giuristi, associazioni come Antigone o movimenti politici come il Partito Radicale, puntano all’implementazione delle pene alternative. Fonte: IL DUBBIO

3000 € per un permesso di soggiorno falso: ‘ne abbiamo fatti entrare migliaia’

Falsi permessi di soggiorno: indagini partite da algerino con contatti coi terroristi – di Nico Falco

Le indagini che hanno portato all’arresto di 7 persone, che pilotavano le pratiche dei permessi di soggiorno in cambio di denaro, erano partite da un flusso anomalo di soldi da e per l’Europa: tra i destinatari c’era un algerino ritenuto vicino a un terrorista ucciso dalla Polizia francese nel 2015, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi.

Dai tremila euro per ogni pratica illegale, fino ai 50 euro per ottenere soltanto delle informazioni sullo stato di avanzamenti: dietro i permessi di soggiorno “aggiustati” giravano decine di migliaia di euro, probabilmente centinaia.

Per ora sono state accertate 136 pratiche pilotate, in indagini che coprono il periodo 2016-2019, ma non è escluso che ce ne siano molte di più.

Una miniera d’oro

Eccolo qui, il giro di denaro che ruotava intorno ai permessi di soggiorno, fotografato dalle indagini della Guardia di Finanza che è partita da una indagine sul terrorismo, monitorando dei bonifici sospetti, ed ha scoperchiato una organizzazione criminale che, con appoggi nell’Ufficio Immigrazione della Questura partenopea, aveva trasformato le richieste di permesso di soggiorno in una miniera d’oro.

“Ne abbiamo fatti entrare a migliaia”, si sente in una delle intercettazioni: il business complessivo potrebbe arrivare anche a diversi milioni di euro.

L’ipotesi dei finanziamenti da Napoli al terrorismo islamico. Le indagini erano partite nel 2016, quando il Gico di Napoli aveva scoperto un anomalo flusso di denaro da Napoli verso Paesi dell’Unione Europea e viceversa.

Tutti versamenti effettuati con servizi di money transfer di poco al di sotto dei mille euro, la soglia minima per far scattare i controlli su ipotesi di riciclaggio e, appunto, terrorismo.

Era stato individuato un algerino residente a Napoli e tra i soggetti che avevano ricevuto soldi c’era anche un suo connazionale residente in Belgio che avrebbe avuto legami con Abdelhamid Abaaoud, il militante jihadista sospettato di essere uno degli organizzatori degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi e ucciso dalla polizia francese cinque giorno dopo.

Gli accertamenti, coordinati dal Pool Antiterrorismo della Procura di Napoli, avevano escluso il finanziamento ai terroristi ma hanno portato alla scoperta di un “agguerrito network criminale” che riusciva a far ottenere, tramite “documenti illegalmente ottenuti”, “rilascio e rinnovo di permessi di soggiorno a favore di cittadini extracomunitari, molto spesso privi dei necessari requisiti di legge”.

Gli arresti. In manette sono finite 7 persone, arrestate oggi, 23 maggio, dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli e dalla Squadra Mobile della Polizia di Stato, in esecuzione di un provvedimento del gip su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.

Contestualmente sono state effettuate diverse perquisizioni domiciliari che hanno riguardato anche altre 9 persone, risultate coinvolte nelle attività del gruppo.

Ai vertici dell’organizzazione c’era Vincenzo Spinosa, ex ispettore della Polizia ora in pensione che aveva lavorato all’ufficio Immigrazione, che è accusato di essere il punto di raccordo tra gli intermediari esterni, sia italiani (tra cui un avvocato e un commercialista) sia extracomunitari.

Uno dei complici era stato arrestato nel novembre 2018 dalla Polizia: nella sua base di Poggiomarino Ahmedi Khemisti, detto “Zidane”, aveva migliaia di documenti contraffatti.

Il tariffario per i permessi di soggiorno

Un permesso di soggiorno costava tremila euro, mentre per avere delle informazioni sullo stato della pratica la tariffa partiva dai 50 euro.

Per individuare la singola pratica e per controllare lo stato di avanzamento i componenti del gruppo si scambiavano via telefono i codici alfanumerici che venivano assegnati ai fascicoli dal software usato nell’ufficio Immigrazione.

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Grazie a quei codici, e alla collaborazione della Questura di Napoli, gli inquirenti hanno individuato le pratiche che erano state “trattate” dall’organizzazione, che sarebbero almeno 136, e ricostruito i ruoli dei vari componenti del gruppo.

Una parte dei guadagni veniva divisa tra i pubblici ufficiali che fornivano le informazioni e che ora sono accusati anche di corruzione. Fonte: fanpage.it