La candida è il fungo che nel 2050 ucciderà più dei tumori, ecco perché

Candida auris, entro il 2050 ucciderà più dei tumori: ecco chi si ammalerà – di Francesco, da Soluzioni Bio

La candida, un fungo capace di uccidere. La Candida auris è così resistente perché impermeabile ai principali farmaci antifungini. Questo, soprattutto, per via dell’aumento delle infezioni resistenti ai farmaci.

“È un problema enorme”, ha detto Matthew Fisher, professore di epidemiologia dei funghi all’Imperial College di Londra, coautore di una recente rassegna scientifica sull’aumento dei funghi resistenti. “L’unica possibilità è tentare di trattare quei pazienti con antimicotici”.

Il problema è in costante aumento: in poche parole, scrive il NYT, i funghi, proprio come i batteri, stanno aumentando le proprie difese per riuscire a sopravvivere alle medicine moderne.

Candida Auris: come sopravvivere?

Come sopravvivere ad una banale infezione? Altri ceppi del fungo Candida non hanno sviluppato una resistenza significativa ai farmaci, ma più del 90% delle infezioni da Candida auris sono risultate resistenti ad almeno un farmaco.

Quasi la metà dei pazienti che contraggono la Candida auris muore entro 90 giorni, secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie.

Chi si ammala. Le persone colpite, per ora, sono quelle con un sistema immunitario debole, come anziani, bambini piccoli, pazienti con deficit immunologici o reduci da interventi chirurgici, diabetici e fumatori.

Per ora, appunto. Perché se non si trova il punto debole di Candida auris l’infezione potrebbe estendersi incontrastata anche alle fasce sane della popolazione.

Cos’è e da dove viene questo fungo. Il fungo killer Candida auris è stato identificato per la prima volta nel 2009 all’interno del canale auricolare di una donna giapponese di 70 anni.

Da quel momento i medici hanno cominciato a registrare nuovi casi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Kenia, dall’India al Venezuela passando per l’Australia.

E se vogliamo guardare all’Europa, 52 casi sono stati identificati al Royal Brompton Hospital di Londra nel 2015 e altri 85 al Politècnic La Fe di Valencia nel 2016. Fonte: SoluzioniBio

Ecco le scarpe che salveranno gli oceani: 100% organiche e durano 2 anni

Scarpe fatte di alghe e plastica raccolta in mare, così in Messico cercano di salvare l’oceano – di Valeria Paglionico

L’azienda Renovare del messicano Jorge Castro Ramos ha lanciato un’idea fashion innovativa che piacerà moltissimo agli amanti della moda green.

Si tratta di una collezione di scarpe sportive realizzata con plastica riciclata e alghe: ecco quando arriverà sul mercato.

Sono sempre di più le iniziative green che vengono proposte in ogni parte del mondo per ridurre al minimo inquinamento e sprechi, così da prendersi cura dell’ambiente, ma l’ultima trovata nata in Messico ha dell’incredibile.

Scarpe che puliscono gli oceani

L’azienda Renovare ha infatti pulito le acque degli oceani da plastica e alghe tossiche e le ha trasformate in scarpe sportive.

Le calzature sono 100% organiche e di sicuro saranno amatissime da tutti gli amanti della moda eco.

Le scarpe sportive nate da materiale riciclato. Il fondatore dell’azienda Renovare, il messicano Jorge Castro Ramos, ha lanciato un’idea fashion davvero innovativa che piacerà moltissimo agli amanti della moda green.

Ha infatti realizzato una collezione di scarpe sportive partendo da vecchie bottiglie di plastica e alghe di sargassum, quelle che ogni anno invadono le spiagge caraibiche, minacciando le fragili barriere coralline.

“Erano 9 anni che sognavamo di dare vita a calzature ecologiche. Dopo svariati errori abbiamo puntato sulle alghe, usate per creare le suole, visto che contengono metalli che altrimenti potrebbero essere dannosi”, ha spiegato Ramos, che ha ricevuto il brevetto dal centro ufficiale Ciatec per l’innovazione applicata nelle tecnologie competitive.

Un paio di scarpe eco riesce a durare fino a 2 anni, la tomaia è infatti estremamente resistente all’acqua, visto che viene creata con 5-8 bottiglie di plastica, mentre le suole sono comodissime e contengono almeno 100 gr di alghe.

La speranza è che questa collezione possa rafforzare l’economia locale e migliorare l’ambiente.

Per il momento non è ancora arrivata sul mercato, Renovare sta ancora lavorando per aumentare la domanda del prodotto, anche se prossimamente ha intenzione di assumere almeno 150 persone per produrre 20.000 scarpe al mese. Fonte: fanpage.it

Tori spiaggiati sulle isole Canarie: il mistero che sconvolge residenti e turisti

Il terzo nel giro di pochi giorni: ecco il macabro ritrovamento sulle spiagge delle Canarie. E non si tratta di un pesce

Ormai ci siamo abituati, tristemente, alla notizia di capodogli spiaggiati, tartarughe impigliate in pezzi di plastica, ma questo è uno scenario davvero apocalittico, accaduto a largo delle isole Canarie, un mistero che da settimane inquieta gli abitanti delle isole al largo della Spagna.

Ecco cosa è stato rinvenuto al largo di Gibilterra. E la spiegazione potrebbe essere davvero triste.

Ecco il macabro ritrovamento. I cadaveri di tre tori sono stati trovati nelle acque e nelle spiagge al largo di Gibilterra.

Anche se l’origine di questi animali è ancora un mistero, è questa la spiegazione fornita dal Ministero dell’Agricoltura del governo delle Canarie, secondo cui quando gli animali muoiono a bordo vengono buttati in mare per evitare problemi sanitari e agli altri simili presenti a bordo.

Eppure si tratta di una pratica vietata dalle leggi marittime internazionali. Gli animali morti a bordo devono essere inceneriti o comunque tenuti, in attesa di arrivare al porto più vicino.

Una pratica vietata. Non è la prima volta che succede. L’anno scorso una mucca morta è comparsa a Pozo Izquierdo, a sud-est di Gran Canaria.

Ti potrebbe interessare anche Capodoglio spiaggiato a Porto Cervo: dentro ne aveva un altro di 2,4 metri

Sospetti sui tori spiaggiati nelle Canarie

Il sospetto principale oggi ricade sulla Polaris 2, una nave battente bandiera panamense costruita negli anni ’80 per il trasporto di veicoli, ma che è stata rimessa a nuovo per trasportare bestiame dall’America del Sud in Europa e in Africa.

La nave è partita dall’Argentina il 22 marzo a Ceuta e ha attraversato proprio in questi giorni le acque delle Canarie.

Fonte: SoluzioniBio – Titolo originale: Il terzo nel giro di pochi giorni: ecco il macabro ritrovamento sulle spiagge delle Canarie. E non si tratta di un pesce

Infermiera in punto di morte: ‘Ho scambiato 5mila neonati nelle culle in 12 anni’

Infermiera confessa: “Ho scambiato 5mila neonati nelle culle. Lo facevo per divertimento” – di D.F

Un’infermiera dell’University Teaching Hospital di Lusaka, in Zambia, ha confessato di aver – per divertimento – scambiato 5mila neonati nelle culle in 12 anni di attività, tra il 1983 e il 1995.

Cinquemila neonati scambiati nelle culle in dodici anni di lavoro come infermiera nel reparto di maternità dell’University Teaching Hospital di Lusaka, in Zambia.

E’ l’incredibile vicenda di cui si sarebbe resa protagonista Elizabeth Mwewa, una donna che qualche giorno fa avrebbe deciso di confessare le sue gravi colpe perché “avendo un tumore allo stadio terminale mi resta poco da vivere, e voglio rendere conto dei miei peccati”.

L’infermiera, secondo il suo racconto di alcuni giornali del paese, avrebbe scambiato i bambini “per divertimento” tra il 1983 e il 1995.

Il Lusaka Times, tuttavia, ha effettuato alcune verifiche scoprendo che non è mai esistita nessuna infermiera o ostetrica con il nome di Elizabeth Mwewa nella clinica segnalata.

La vicenda è comunque stata presa sul serio dalle autorità del paese che hanno avviato un’approfondita indagine per fare piena luce: il sospetto che si sia trattato di una mitomane è concreto, ma nel frattempo migliaia di famiglie sospettano di essere state coinvolte in un incredibile raggiro.

Ti potrebbe interessare anche Medico tira troppo durante il parto: neonato muore nel peggiore dei modi

Scambia 5mila neonati e ora chiede perdono

“Chiedo perdono. A causa mia molte coppie hanno divorziato”. Intervistata da un giornale zambiano Elizabeth Mwewa ha dichiarato:

“Ho trovato Dio e sono rinata, e quindi non voglio più nascondere nulla: nei 12 anni in cui ho lavorato come infermiera al reparto Maternità dell’UTH ho scambiato nelle loro culle circa 5mila neonati”.

Però, ora che ha ancora soli pochi mesi di vita, si è resa conto di aver “peccato contro Dio, e spero che lui mi possa perdonare. E chiedo anche agli zambiani di perdonarmi per tutto il male che ho fatto a bambini innocenti. Ho provocato il divorzio di alcune coppie che, sebbene fossero fedeli, hanno pensato a un tradimento dopo il test del DNA. Ho fatto allattare a molte madri figli non loro”.

L’infermiera: “Scambiavo i bambini per divertimento”. L’infermiera ha poi invitato tutti i bambini nati nell’ospedale di Lusaka tra il 1983 e il 1995 a verificare la propria identità attraverso esami del DNA, in modo particolare se sospettano di non avere somiglianze con i genitori.

“Scambiavo i bambini per divertimento. Quindi se tutti i vostri fratelli e sorelle hanno la pelle molto scura e voi ce l’avete più chiara, è probabile che vi abbia scambiato io, e mi dispiace molto per questo“. Fonte: fanpage.it

Bracconiere in Sudafrica: il tragico epilogo di una battuta di caccia illegale

Sudafrica, bracconiere calpestato da un elefante, poi sbranato dai leoni– di Annalisa Cangemi

Un bracconiere è stato sbranato dai leoni, dopo essere stato calpestato da un elefante. È accaduto lo scorso martedì in Sudafrica, al Kruger National Park.

Dopo le ricerche dell’uomo, che cacciava corna di rinoceronti, è stato trovato solo il teschio e un paio di pantaloni.

La natura sembra essersi ribellata. Un sospetto bracconiere, che cacciava rinoceronti, è morto, calpestato da un elefante. Il suo corpo è stato poi dilaniato dai leoni.

La tragedia è avvenuta al Kruger National Park, in Sudafrica. La notizia è stata divulgata dalla Bbc.

A raccontare il tragico epilogo sarebbero stati i complici del bracconiere, che hanno raccontato ai familiari della vittima i fatti accaduti martedì scorso.

I parenti hanno così allertato i guardaparchi del Kruger National Park. È stata organizzata una squadra di ricerca per recuperare i resti dell’uomo, ma quello che i ranger hanno trovato è stato solo un teschio umano e un paio di pantaloni, rinvenuti giovedì.

La direzione del parco ha rivolto le sue condoglianze alla famiglia: “Entrare illegalmente nel parco e a piedi non è una scelta saggia. Questo comporta molti pericoli, e la vicenda del bracconiere ucciso ne è la prova”.

Bracconiere morto in Sudafrica: il problema del contrabbando

Nel Kruger National Park esiste un problema con la caccia illegale e il contrabbando. La presenza di bracconieri è la conseguenza diretta di una forte domanda di corna di rinoceronti nei paesi asiatici.

Ti potrebbe interessare anche Bracconaggio: strage di elefanti in Botswana, ecco cosa sta succedendo

Proprio sabato all’aeroporto di Hong Kong le autorità hanno sequestrato il più grosso corno di rinoceronte mai visto negli ultimi 5 anni: valore stimato oltre 2 milioni di dollari.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Sudafrica, bracconiere calpestato da un elefante, poi sbranato dai leoni

Ambulanza veterinaria: un’altra città italiana attiva il servizio 24 ore su 24

Varese, arriva la prima ambulanza veterinaria: attiva 24 su 24 per soccorrere gli animali domestici – di Chiara Ammendola

È attiva da qualche giorno nella provincia di Varese la prima ambulanza veterinaria nata per soccorrere e aiutare gli animali domestici.

Si tratta di un servizio nato grazie a una onlus per la quale lavorano circa 25 volontari. Messo a disposizione un numero per le emergenze attivo 7 giorni su 7, 24 ore su 24.

Almeno 25 volontari si sono offerti di lavorare a bordo della prima ambulanza veterinaria della provincia di Varese.

Si tratta di un servizio in funzione 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 che permetterà agli animali di essere soccorsi. Il numero di emergenza da contattare in caso di necessità è: 3314824724.

Gestito da una onlus, prevede che per ogni intervento venga versato un contributo minimo, così come spiegato Carlo Broggi, coordinatore del servizio, sufficiente a coprire almeno le spese.

Il servizio è basato solo un lavoro volontario da parte di numerose persone appassionate. Chiunque fosse interessato a collaborare e partecipare al progetto può inviare la propria candidatura o contattare l’associazione no profit (ambulanzeveterinarievarese@gmail.com). Per ogni intervento è richiesto un piccolo contributo per coprire le spese.

“Siamo attivo ormai da qualche giorno – ha spiegato Broggi – al momento si potranno richiedere interventi di emergenza relativi ai soli animali d’affezione con proprietario oppure si potranno organizzare trasporti programmati verso cliniche”.

Ambulanza veterinaria: gli obiettivi futuri

Il coordinatore del progetto ha poi spiegato che l’obiettivo è quello di arrivare a convenzioni con i comuni per poter intervenire e soccorrere anche gli animali trovati per strada, senza un padrone, necessario invece per attivare attualmente gli interventi.

Ti potrebbe interessare anche Arriva cane ustionato e cieco: ciò che ha fatto la veterinaria diventa virale

L’ambulanza in servizio al momento è una: si tratta di un vecchio mezzo non più utilizzabile per il soccorso di persone, che è stato risistemato e attrezzato per il trasporto degli animali.

La onlus che si occupa del progetto avrà presto una sede ricavata da un suo spazio all’interno dei locali dell’Sos Malnate. Fonte: milano.fanpage.it

Carcere cinese: il racconto shock di un detenuto tedesco

Umiliazioni, torture, lavori forzati. Come si vive in un carcere cinese – di Leone Grotti

Robert Rother, cittadino tedesco, ha passato sette anni e sette mesi nella prigione di Dongguan per reati finanziari. Uscito il 19 dicembre 2018 ha raccontato la sua terribile esperienza a Der Spiegel

Umiliazioni, lavori forzati, torture. È quello che devono subire ogni giorno nelle prigioni cinesi i detenuti ed è quello che ha vissuto per sette anni e sette mesi Robert Rother.

Il cittadino tedesco, che ha cominciato a giocare in Borsa a soli 13 anni e che si è trasferito a Shenzhen nel 2004 per fare affari in Cina, è stato recluso nel 2011 per reati finanziari e condannato a otto anni di carcere da trascorrere nella prigione di Dongguan.

Il racconto del carcere cinese di Robert Rother

Uscito dal carcere cinese il 19 dicembre 2018, la prima cosa che ha fatto appena ritornato ad Amburgo è stata telefonare a Der Spiegel: «Sono Robert Rother e aspetto di fare questa telefonata da sette anni».

L’interrogatorio e le minacce. Rother sostiene di essere innocente, di non avere mai derubato gli investitori che gli affidavano i loro capitali e di non avere provocato volontariamente perdite finanziarie per 21,3 milioni di dollari.

La storia processuale però è la parte meno interessante delle vicende narrate dal broker.

Il 20 maggio 2011, mentre si trovava nel suo bar preferito di Shenzhen, Lili Marleen, è stato portato via da due poliziotti e interrogato solo dopo 19 ore, durante le quali gli è stato impedito di dormire.

Rinchiuso in una cella del centro di detenzione di Shenzhen numero 3, per mesi la polizia ha cercato di estorcergli una confessione, spiegandogli che altrimenti avrebbe potuto ricevere la pena di morte e millantando false testimonianze contro di lui mai raccolte.

Inginocchiarsi davanti alle guardie. Dopo la condanna, è stato portato nella prigione di Dongguan, dove il suo nome è stato tradotto in cinese (Luozi Luobote) ed è diventato il prigioniero numero 27614.

Ogni volta che aveva bisogno di parlare a una guardia doveva stringere il pugno, alzare il braccio destro e dire: «Onorevole guardia, sono il prigioniero Luozi Luobote». Poi doveva inginocchiarsi ed esporre la sua richiesta.

Il primo mese lo ha passato in una cella destinata a 18 prigionieri, nella quale però dormivano in 40.

Il bagno era semplicemente un buco nel pavimento, dal quale saliva giorno e notte il tanfo degli escrementi, che saturava l’aria afosa dell’estate.

Per sua fortuna, soffriva di pressione alta e così gli hanno dato un letto da condividere con una sola persona.

«Nessuno vuole un morto europeo»

Le giornate di Rother passavano sempre uguali: sveglia alle 5,30 e una ciotola di riso e verdure per colazione.

Poi, alle 6,50, i detenuti dovevano marciare in fila fino alla fabbrica che si trovava nell’edificio numero 6, all’interno del perimetro della prigione, per lavorare.

Chi non seguiva il ritmo o camminava troppo lentamente veniva picchiato dalle guardie.

Anche Rother ha preso la sua dose di calci, ma è accaduto raramente perché «gli europei vengono sempre trattati meglio degli altri. Nessuno in Cina vuole un morto europeo».

Nove ore di lavoro al giorno. La giornata lavorativa cominciava alle 7 e terminava alle 18 con una breve pausa alle 12 per il pranzo.

Alcuni detenuti assemblavano parti di macchine giapponesi, altri lavoravano ai lucchetti delle valigie Samsonite (anche se l’azienda ha negato di sfruttare il lavoro forzato nelle carceri cinesi).

Rother si occupava di trasformatori: doveva avvolgere un cavo di rame di 2 metri a un anello di ferro. Dopo 61 giri, passava al pezzo successivo e avanti così per nove ore.

Al termine della giornata, riceveva con gli altri detenuti una sessione di rieducazione sui valori del comunismo. Poi, dopo un’ora e mezza di tempo libero, le luci in cella si spegnevano.

Per ogni trasformatore Rother riceveva un punto. Come lavoratore di sesta categoria, doveva raggiungere 240 punti al giorno.

Dopo tre mesi, essendo passato alla quinta categoria, doveva ottenere 288 punti. Ai lavoratori di primo livello era richiesto uno standard di 480 punti.

Ricompense e punizioni nel carcere cinese

Chi riusciva a rispettare i parametri riceveva alla fine del mese 20 yuan (2,60 euro) per comprare piccoli oggetti o generi alimentari.

Le guardie punivano chi non raggiungeva i target vietando di guardare la televisione nel tempo libero o privandoli della telefonata mensile ai propri familiari.

«Gli obiettivi vengono innalzati sempre di più finché diventa impossibile raggiungerli: ci spremevano come limoni», racconta Rother. «Tra di noi ci chiamavamo “automi”, spesso dovevamo lavorare anche la domenica».

Le torture. Chi cercava di ribellarsi o barava sui punti veniva punito e torturato. La tortura più comune era la “sedia di ferro”, che veniva posizionata all’ingresso della fabbrica.

Il prigioniero veniva legato mani e piedi alla sedia in posizioni tali da perdere la sensibilità agli arti, che si gonfiavano a dismisura. La punizione poteva durare giorni o anche settimane.

Soprattutto chi violava le regole del carcere provando a suicidarsi veniva rinchiuso nella sezione 14 della prigione.

Qui le guardie spruzzavano prima in aria dello spray al peperoncino, poi colpivano il detenuto con scariche elettriche al petto, alle gambe e al collo, lasciando che la sostanza urticante si posasse sulle ferite.

Quando i detenuti venivano riportati nella loro cella, dovevano portare al collo un cartello con scritto: “Mi vergogno di ciò che ho fatto”.

«Ricordo ancora le grida dei detenuti e il rumore delle scariche elettriche, che non dimenticherò mai», dichiara Rother.

La Cina ha firmato la Convenzione Onu contro la tortura ma non l’ha mai fatta rispettare.

Le telecamere venivano spente durante il pestaggio

Secondo il detenuto tedesco, le telecamere venivano sempre spente quando le guardie dovevano pestare o torturare i carcerati.

A 36 anni Rother è tornato a casa e vorrebbe riprendere il prima possibile il suo lavoro di una volta, anche se il suo sogno di fare soldi e di comprarsi una Ferrari entro i 25 anni (obiettivo che ha raggiunto a 26 anni poco prima di essere arrestato) è in parte svanito.

Il prezzo che ha dovuto pagare per raggiungere quel sogno, infatti, è stato molto alto. «Devi mangiare la merda per sapere che sapore ha», è la sua ultima dichiarazione allo Spiegel. Fonte: Tempi

Madre 22enne sta per morire: inventa un metodo per restare vicino al figlio

Un tumore la sta uccidendo, 22enne scrive biglietti per il figlio da leggere quando sarà morta – di S.P

“Ho bisogno che lui sappia che la sua mamma ha combattuto disperatamente per stare con lui, che lo amava così tanto e non ha scelto di lasciarlo”, ha raccontato Tyla, una giovane donna scozzese di ventidue anni a cui è stato diagnosticato un aggressivo tumore al cervello. Secondo i medici, vivrà ancora per un massimo di 5 anni.

Tyla Livingstone è una giovane donna scozzese che solo un mese dopo aver partorito, nel febbraio dello scorso anno, ha ricevuto una terribile notizia.

Alla giovane mamma è stato diagnosticato un tumore maligno al cervello che non le permetterà di veder crescere suo figlio Preston. Tyla ha ventidue anni e secondo i medici vivrà ancora da due a un massimo di cinque anni.

Scrive biglietti per il figlio prima di morire

“È straziante, mi sento così in colpa per qualcosa che non riesco a controllare – ha detto la giovane donna ai media britannici -. Ma combatterò per vivere e vedere il più possibile il mio bambino. Il mio obiettivo è vedere mio figlio andare a scuola e fare in modo che lui mi ricordi e ricordi il suono della mia voce. Io sarò sempre con lui nel suo cuore”.

La giovane ha deciso di scrivere dei biglietti per il suo bambino da aprire quando lei non ci sarà più e sta mettendo da parte anche delle ciocche di capelli per Preston.

“Ho bisogno che lui sappia che la sua mamma ha combattuto disperatamente per stare con lui, che lo amava così tanto e non ha scelto di lasciarlo”, ha raccontato.

I primi sintomi della malattia si sono manifestati quando Tyla era incinta. Mentre era in casa all’improvviso la giovane sentì un forte dolore addominale: andò in bagno e si bagnò con l’acqua calda nella vasca per alleviare il dolore.

Poi ebbe una strana sensazione che le percorse il braccio. Saltò fuori dalla vasca e svenne.

Una successiva risonanza magnetica evidenziò una massa di due centimetri che cresceva nel lobo frontale sinistro del suo cervello. In quella occasione i medici la rassicurarono: sembrava una massa benigna.

La donna ha quindi portato a termine la gravidanza e la terribile notizia è arrivata quattro settimane dopo la nascita del suo bambino. Un giorno la ventiduenne si è svegliata senza riuscire a muovere un lato del corpo.

Il tumore, soprannominato “The Terminator”, era cresciuto e l’avrebbe uccisa. Da allora la giovane mamma si è sottoposta a chemioterapia, chirurgia cerebrale e radioterapia, distruggendo però solo alcune cellule tumorali. Fonte: fanpage.it

Famiglie moderne: un papà e due mamme (una è la nonna e l’altra la zia) – Video

Nonna dona l’utero a suo figlio e partorisce come madre surrogata – di Davide Falcioni

Cecile Eledge, 61 anni, ha esaudito il desiderio di suo figlio gay di diventare padre mettendo a disposizione il suo utero e sostenendo la gravidanza.

Pur di avere il nipote che tanto desiderava ha deciso di fare da madre surrogata aiutando in questo modo suo figlio e il suo compagno ad avere una bambina.

Cecile Eledge, 61 anni, aveva partorito l’ultima volta 30 anni fa ed è da dieci anni in menopausa.

Quando suo figlio Matthew Eledge, 32 anni, e Elliot Dougherty, 29 anni, hanno iniziato a desiderare una famiglia tutta loro hanno pensato che – oltre all’adozione – l’unico modo sarebbe stato ricorrere a una madre surrogata: tempo poche settimane e a offrirsi volontaria è Cecile.

La sua proposta ha fatto sorridere Mattew ed Elliot, ma ben presto hanno capito che la donna faceva davvero sul serio.

Supportati dalla dottoressa Carolyn Maud Dougherty che ha definito l’idea di Cecile “per niente stralunata”, i tre hanno incontrato un team di medici nella loro città natale, Omaha, in Nebraska e dopo essersi sottoposti a una serie di analisi per verificare la “fattibilità” del loro progetto hanno dato inizio all’iter.

Cecile, la donna che avrebbe poi dovuto sostenere la gravidanza, nonostante i suoi 61 anni è stata giudicata perfettamente idonea e in condizioni fisiche perfette.

Nonna madre surrogata, ovuli della zia…

Non appena Cecile è stata identificata come “ospite adatto” è entrata in scena anche la sorella di Elliot che ha donato i suoi ovuli i quali, dopo essere stati fecondati dallo sperma di Matthew, sono stati impiantati nell’utero di Cecile che nove mesi più tardi al termine di una gravidanza non sempre facile ha partorito in modo naturale dando alla luce la sua nipotina.

Nonna Cecile ha dichiarato che quello che l’ha spinta ad andare avanti nonostante le difficoltà di questa procedura è stato il desiderio di vedere suo figlio con in braccio la piccola Uma.

“Uma ora avrà alcuni incredibili modelli femminili da guardare in Lea e mia madre. Non vedo l’ora che lei sviluppi un legame incredibilmente speciale con entrambe”, ha detto Matthew. Fonte: fanpage.it

Invasione di cimici marmorate: ecco i rischi e come tenerle lontane

Tra le cosiddette specie aliene introdotte in Italia, le cimici asiatiche o cimici marmorate rappresentano uno dei pericoli fitosanitari più seri.

Voraci e con un rapido tasso riproduttivo, questi insetti sono in grado di devastare rapidamente interi frutteti, non essendo ostacolati da predatori naturali come nei Paesi d’origine. In alcune città del Nord Italia sono inoltre una presenza fissa in numerose abitazioni.

Cimici asiatiche, la bella stagione dà inizio alle invasioni: quali sono i rischi – di Andrea Centini

Con l’arrivo della bella stagione e l’avvio delle attività agricole 2019 si sta riaffacciando l’incubo delle cimici asiatiche o cimici marmorate (Halyomorpha halys), insetti originari dell’Asia orientale protagonisti di vere e proprie invasioni distruttive anche in Italia.

Introdotte nel nostro Paese a partire dagli inizi del duemila, a causa del ciclo riproduttivo particolarmente efficiente – ciascuna femmina depone 300/400 uova due volte all’anno – queste cimici danno vita a popolazioni enormi in grado di occupare e devastare rapidamente interi frutteti, arrecando danni ingentissimi alle aziende agricole (come avvenuto nel 2018).

Sono infatti estremamente voraci, e la loro saliva determina deformazioni estetiche e necrosi della polpa dei frutti, rendendoli di fatto invendibili.

Danni significativi vengono registrati anche negli agriturismi e in altre attività ricettive, letteralmente invasi dagli insetti svolazzanti.

Fortunatamente sono totalmente innocui per l’uomo (non pungono e non trasmettono malattie), ciò nonostante quando vengono schiacciati – anche inavvertitamente – emettono un odore sgradevolissimo.

Niente predatori per le cimici marmorate

L’Università di Padova e altri atenei stanno studiando le soluzioni migliori per arginare il problema, ma non si tratta di un compito facile, poiché non si può abusare di fitofarmaci e altri pesticidi, che rischiano di danneggiare gli altri insetti impollinatori e anche la nostra salute.

Dal Settentrione alla Toscana le cimici asiatiche hanno trovato condizioni ambientali favorevoli alla loro biologia, che continuano a “migliorare” grazie all’aumento delle temperature.

Ciò ha contribuito a catalizzare i tassi riproduttivi degli insetti e ad ampliare il loro areale di distribuzione, che ben presto potrebbe coinvolgere altre regioni.

A differenza dei Paesi di origine, come Cina, Giappone e Taiwan, in Italia non esistono insetti antagonisti che si nutrono delle uova delle cimici in modo sistematico (quelli autoctoni non le riconoscono ancora come cibo), per questo tra le soluzioni proposte dagli esperti vi è anche l’introduzione dei loro predatori naturali, ad esempio dei piccoli imenotteri.

Ma introdurre specie aliene può comportare gravi disequilibri agli ecosistemi, minacciare gli animali autoctoni e determinare problemi di sicurezza sanitaria, ecco perché si tratta di una soluzione drastica sulla quale è necessaria la massima riflessione.

Strategie

Recentemente Regioni come la Liguria, il Veneto e la Lombardia hanno messo a disposizione delle aziende dei fondi per proteggere frutteti e altre coltivazioni con una serie di stratagemmi.

Si spazia dalle reti anti-insetto – il sistema d’elezione contro le cimici asiatiche – a trappole di cattura di massa basate su feromoni e kairomoni, passando per materiali pacciamanti, attrezzature per predisporre i suddetti materiali e trattamenti tradizionali con pesticidi biologici e microbiologici.

Si tratta di soluzioni efficaci in molte situazioni ma che purtroppo non risolvono il problema alla fonte.

Del resto non sono solo gli agricoltori e i proprietari degli agriturismi a combattere con le cimici asiatiche.

In diverse città del Nord sono diventate infatti una presenza fissa in molte abitazioni, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, quando il calo delle temperature porta le cimici a invadere le abitazioni per cercare un po’ di tepore.

Tra i rimedi per tenerle lontane ci sono le zanzariere; gli spray all’aglio e al sapone di Marsiglia; i decotti di artemisia e la certosina chiusura di crepe e fessure che potrebbero permettere il passaggio degli insetti. Fonte: scienze.fanpage.it