Economia reale e Direct lending: l’alternativa alla finanza che sostiene imprese e famiglie

L’economia finanziaria parla un linguaggio spesso incomprensibile, almeno per i non addetti ai lavori. I suoi numeri astratti sono spesso distanti dai bisogni dei cittadini e dalle necessità tangibili delle imprese, che invece rappresentano e formano una realtà più concreta, l’economia reale.

Una realtà che ha sempre dovuto cercare sostegno nelle banche, ma che oggi può contare su una risorsa aggiuntiva, grazie al Direct lending. Cerchiamo di approfondire il tema.

Economia finanziaria ed economia reale

L’economia finanziaria si basa fondamentalmente sul movimento di denaro intorno ai titoli quotati sul mercato finanziario, come le valute di uno Stato o le obbligazioni di una Società. Un mercato che, dopo un lungo periodo di recessione, sta ricominciando a crescere, a differenza di quello dipendente dall’economia reale, che invece sta vivendo un momento di crisi a causa della difficoltà di reperire risorse.

Una ristrettezza dovuta alla mancanza di disponibilità liquida da parte delle banche, strozzate dalle sofferenze e dai crediti incagliati. In questa situazione, per niente semplice, la nascita del Direct lending sta portando un’inattesa boccata di ossigeno, soprattutto per l’economia reale.

Direct Lending: la nuova fonte finanziaria per le imprese

Se da una parte le banche non riescono più a far fronte alle richieste di finanziamento che provengono dalle aziende produttive, dall’altra il mondo degli investitori sta dimostrando una enorme capacità di raccolta. Questa disponibilità di cassa, grazie al Direct lending, cioè la possibilità di finanziare direttamente le imprese, ha fatto arrivare sul mercato globale mezzo trilione di dollari solo nel 2017.

Una chiara dimostrazione che ormai esistono delle nuove possibilità di finanziare direttamente il tessuto economico reale del paese, con i nuovi sistemi di investimento, che sono gestiti dai Fondi di Investimento Alternativi. I FIA infatti possono operare in regime di Direct lending, attingendo ai fondi di raccolta privati, riservati ad investitori professionali e istituzionali, come il Fondo di investimento Younited Credit.

D’altronde il settore del prestito diretto si sta dimostrando ottimo, anche dal punto di vista dell’investimento, proprio perché la richiesta di finanziamenti da parte delle aziende produttive è in forte crescita. Una richiesta che i FIA, grazie al Decreto Legge 18 del 2016, oggi possono soddisfare attingendo alle proprie risorse di accantonamento ed immettendo nel Mercato denaro fresco.

Una possibilità che ha spinto i FIA ad aprire anche ai professionisti privati interessati a investire in questo settore, creando una nuova fonte di risorse, autorizzata e controllata dalla Banca d’Italia, che si affianca a pieno titolo a quella bancaria con un sistema di finanziamento più agile e veloce, già in grado di sostenere le microimprese italiane e ridare così ossigeno all’economia reale.

L’ultima di Saviano fa sbellicare: ecco cos’è riuscito a scrivere sulla boxe

Roberto Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critichedi Simone De Rosa

Una battaglia persa. È incorreggibile Roberto Saviano che, mai sazio di brutte figure, proprio non riesce a tenere a freno la sindrome da tuttologo che lo attanaglia.

Le cose stavolta devono essere andate più o meno così: il buon Roberto avrà visto (o forse gli avranno raccontato) un incontro di boxe vinto da un obeso americano di origini messicane contro il campione del mondo dei pesi massimi.

A quel punto dunque, forte della sua profonda conoscenza del mondo pugilistico (avendo forse visto per ben due volte Rocky e una volta anche Rocky 4), avrà pensato di scriverci un articolo.

Roberto Saviano: ennesima gaffe

Quale migliore occasione, d’altronde, di un “messicano semisconosciuto” che batte il campione per rilanciare la propaganda filoimmigrazionista anti-Trump?

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Peccato però che il “pugile di origini messicane semisconosciuto”, seppur sfavoritissimo al confronto del campione Anthony Joshua, non fosse proprio l’ultimo dei fessi, come lo scrittore lascia intendere, ma il n. 14 del ranking mondiale.

E chi mastica un po’ di boxe Andy Ruiz Jr lo conosceva eccome. 34 incontri da professionista all’attivo, con 33 vittorie (22 per KO) e una sola sconfitta.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Glielo fanno notare in un commento.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Grigorij va oltre e, con un esaustivo commento invece, smonta completamente la retorica di Saviano, facendo anche notare come nessuno insultasse il pugile di casa (nato e cresciuto negli USA).

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

La narrazione antirazzista

Anche la narrazione antirazzista ha pochissimo valore. Anthony Joshua stesso è un britannico di origini nigeriane. D’altronde la boxe i conti col razzismo li ha fatti già quando Jack Johnson schiantò Jeffries nel 1910, e i pugili messicani (per non parlare di quelli di colore) sono tra i migliori di questo sport: da “Canelo” Alvarez a Leo Santa Cruz e Miguel Berchelt, volendo rimanere ai soli “in attività”.

La retorica “savianesca” stavolta ha dunque proprio mancato completamente bersaglio. Un colpo a vuoto clamoroso, con una serie di critiche, quelle sì, da KO come un destro di Rocky Marciano. Appunti arrivati anche da nomi noti del mondo pugilistico come Marco Nicolini.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

A ben pensare però, fa notare Andrea, una favola simile a quella che voleva raccontare Saviano c’è stata. Ed è stato l’incontro che ha ispirato Stallone per scrivere la sceneggiatura di Rocky.

Da un lato del ring uno che semisconosciuto lo era sul serio Chuck Wepner, “il sangiunolento di Bayonne”, dall’altro la leggenda Muhammad Alì.

Wepner resistette ben 15 riprese e riuscì anche a mettere al tappeto il campione al nono round. Ma Chuck era bianco e la narrazione strumentale della realtà non avrebbe potuto trovare fondamento nei Saviano dell’epoca.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Come a un pugile suonato dunque, che ha avuto la cattiva idea di confrontarsi a muso duro con Mike Tyson, invitiamo Roberto Saviano a sedere all’angolino, sperando si renda conto, prima o poi, che a fare i tuttologi si rimediano solo tante brutte figure. Fonte: Oltrelalinea.news

Gli sbarchi che piacciono a Salvini: ecco come sono arrivati gli ultimi rifugiati

Altri 58 rifugiati siriani arrivati con i corridoi umanitariAccolti da Chiese evangeliche, Sant’Egidio e Tavola Valdese in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri

Nuovo arrivo di rifugiati in Italia attraverso i corridoi umanitari. 58 rifugiati siriani, tra i quali diversi minori, sono sbarcati stamattina all’aeroporto di Fiumicino con un volo di linea da Beirut, in Libano.

L’iniziativa è stata promossa dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri.

Poco dopo lo sbarco dal volo Alitalia, atterrato poco dopo le 7, per i profughi sono cominciate le procedure di identificazione e le prime fasi di accoglienza.

Corridoi umanitari: arrivano 58 profughi

A dare loro ufficialmente il benvenuto in Italia Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Alessandra Trotta della Tavola Valdese, insieme a rappresentanti dei ministeri dell’Interno e degli Esteri.

I 58 profughi saranno accolti in diverse regioni da associazioni, parrocchie, comunità e famiglie che in alcuni casi hanno offerto anche le loro case, per iniziare un percorso di integrazione che comprende l’apprendimento della lingua italiana per gli adulti, la scuola per i minori e l’inserimento lavorativo, una volta ottenuto lo status di rifugiato.

Con quest’ultimo volo, sono oltre 2.500 le persone accolte e integrate in Europa con un progetto della società civile totalmente autofinanziato, nato in Italia, ma poi adottato anche da altri Paesi.

Dal febbraio 2016 oltre 2mila sono già arrivati in Italia (più di 1.500 dal Libano, altri 500 dall’Etiopia), oltre ai circa 500 giunti in Francia, Belgio e Andorra.

Il precedente di giovedì scorso. Risale a giovedì scorso l’ultimo episodio di questo tipo. 149 persone sono sbarcate allo scalo militare di Pratica di Mare (Roma) nell’ambito dell’evacuazione umanitaria voluta dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Le persone verranno accolte nelle strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

“Sono necessarie altre operazioni analoghe” ha affermato Jean-Paul Cavalieri, capo della missione dell’Unhcr in Libia. “Queste operazioni – ha aggiunto il responsabile – rappresentano un’ancora di salvezza per i rifugiati, per i quali l’unica possibilità di fuga consiste nell’affidare le loro vite a trafficanti senza scrupoli per attraversare il Mediterraneo”. Fonte: interris

150 balene uccise a coltellate e uncinate, compresi cuccioli e femmine incinte

Altre 150 balene pilota massacrate a coltellate alle Faroe: alcuni delfini riescono a fuggire – di Andrea Centini

L’organizzazione senza scopo di lucro Sea Shepherd Conservation Society ha annunciato che alle isole Faroe si è consumata una nuova strage di balene pilota o globicefali.

A morire sotto le lame e gli uncini degli uomini sono stati circa 150 esemplari, compresi piccoli e femmine incinte.

Un gruppo di delfini ha tentato la fuga durante un’altra “grindadrap”; alcuni sarebbero stati uccisi.

Il 29 maggio circa 150 balene pilota (Globicephala melas) sono state massacrate con armi bianche alle isole Faroe durante la sesta Grindadrap dell’anno, la spietata “caccia tradizionale” ai cetacei che si consuma nell’arcipelago subartico sito tra Islanda e Norvegia.

Nello stesso giorno tra i 20 e i 40 lagenorinchi dai denti obliqui (Lagenorhynchus obliquidens) – un tipo di delfino – potrebbero essere riusciti a sfuggire alle lame dei faoresi, benché siano state diffuse le immagini di alcune carcasse.

Ad annunciare l’ennesima strage è stata l’organizzazione senza scopo di lucro Sea Shepherd Conservation Society, che da anni conduce la campagna “Operation Bloody Fjords” per contrastare questi massacri.

Sesta mattanza. Le 150 balene pilota sono state avvistate a sud della capitale Tórshavn (isola di Streymoy), dalla quale è partita la flottiglia di imbarcazioni che ha raggiunto il branco – tecnicamente un pod – di cetacei. Dopo averli inseguiti, accerchiati e spaventati a morte con manovre ormai consolidate, gli equipaggi hanno condotto i mammiferi marini verso la baia di Sandágerði, dove ad attenderli c’era la consueta massa di uomini inferocita che li ha assaliti non appena si sono spiaggiati.

Le atroci uccisioni si consumano sempre con la stessa tecnica; la recisione del midollo spinale attraverso strumenti che vengono infilzati dietro la testa degli animali.

Molti restano quasi decapitati e muoiono dopo un’agonia che può durare alcuni minuti, resa ancor più dolorosa dal terrore nel vedere i propri compagni martoriati. I faroesi (o feringi) non risparmiano nemmeno piccoli e femmine gravide. L’intera baia si è tinta di rosso sangue.

Fuga disperata. Mentre a Sandágerði si consumava la sesta mattanza del 2019 (il 26 maggio erano stati uccisi altri 61 globicefali ad Hvalba, mentre altri 55 erano stati massacrati a Bøur il 12 maggio), un gruppo di lagenorinchi dai denti obliqui è stato avvistato nei pressi del fiordo di Nólsoyarfjörð.

Come riporta Sea Shepherd, una manciata di imbarcazioni si è lanciata al loro inseguimento per spingere i cetacei nel fiordo Skálafjørð e verso la baia di Skálabotnur, ma i cetacei sono riusciti a eludere le manovre dei cacciatori e hanno preso il largo.

Un’imbarcazione è rimasta in mare per provare a “stanarli” di nuovo e organizzare un altro tentativo di accerchiamento, che probabilmente almeno in parte è riuscito.

Nelle ultime immagini diffuse dall’organizzazione Blue Planet Society si vedono infatti alcune carcasse di lagenorinchi dai denti obliqui adagiate su una banchina. Fonte Fanpage

Isola di plastica anche nei mari d’Italia: è lunga decine di km, ecco dove si trova

Una nuova pericolosa isola di plastica a casa nostra, nel Mediterraneo: ecco dove – di Zeina Ayache

Tra l’Isola d’Elba e la Corsica, ciclicamente si forma un’enorme isola di plastica lunga decine di chilometri e composta da tonnellate e tonnellate di rifiuti che sono il frutto della nostra inciviltà. I ricercatori francesi responsabili di questa scoperta ci spiegano cosa sta accadendo nel Mediterraneo.

La nostra inciviltà ha prodotto una nuova e terribile isola di plastica, questa volta a casa nostra, come spiega l’’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer che negli scorsi giorni ha avvistato il cumulo di rifiuti tra l’Isola d’Elba e la Corsica.

Vediamo insieme cosa sta succedendo nel Mediterraneo e cosa possiamo fare per salvare il futuro nostro e gli animali marini.

Un’isola di plastica in Italia. L’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer fa sapere di aver trovato una nuova isola di plastica tra l’Isola d’Elba e la Corsica che è composta da tonnellate di rifiuti prodotto da noi esseri umani e lunga svariata chilometri.

Cosa dobbiamo sapere su quest’isola di plastica. Gli esperti, per voce di François Galgani, responsabile dell’istituto francese, spiegano che la formazione di quest’isola di plastica è cronica, questo significa che si forma a seconda delle correnti del mare.

In pratica le correnti del Mediterraneo nord-occidentale si muovono in modo che l’acqua ripaga lungo la costa italiana e, quando arriva all’altezza dell’Isola d’Elba non riesce a passare e si sposta verso la Corsica, quando questo avviene, i rifiuti si accumulano, anche per decine di chilometri.

L’isola di plastica dunque si forma ciclicamente, dura qualche settimana, o al massimo due o tre mesi, e poi si scompone nuovamente nel mare, prima di riformarsi.

Cosa possiamo fare. Per evitare la formazione di queste isole di plastica, estremamente inquinanti e pericolose per la vita degli animali marini che spesso muoiono intrappolati tra i rifiuti o soffocati con lo stomaco pieno di immondizia, dobbiamo iniziare ad essere coscienziosi: per prima cosa l’obiettivo è quello di ridurre l’utilizzo della plastica, sostituendola quando possibile con prodotti riutilizzabili, inoltre dobbiamo porci come obbligo quello di ripulire le spiagge ed evitare di lasciare i nostri rifiuti quando lasciamo il mare e torniamo a casa.

Ciò che sta accadendo in giro per il mondo è il risultato della nostra inciviltà e dunque solo noi possiamo rimediare. Fonte Fanpage

Cardinale africano: «L’UE non protegge più i popoli, protegge le banche»

Card. Sarah: “Migrazione di massa? Ecco cosa rischia l’Occidente…” – di Federico Cenci

Sul tema interviene anche padre Costa SJ: “Ma la situazione è complessa, la gente continua a partire”.

“Ciascuno deve vivere nel suo paese. Come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente in cui può crescere perfettamente.

Parole e musica del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, africano della Guinea, considerato da più parti un baluardo del millenario insegnamento della Chiesa cattolica da opporre a venti secolari che soffiano come una burrasca.

La sua voce irrompe anche sul tema spinoso dell’immigrazione. È intervenuto di recente, nel corso di un’intervista al giornale francese Valeurs Actuelles, con un messaggio che somiglia tanto a una risposta nei confronti di chi percepisce un approccio immigrazionista da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Niente frontiere aperte in modo indiscriminato, niente sostegno a chi alimenta con soldi e assistenza logistica flussi migratori incontrollabili, niente esegesi biblica dell’immigrazione.

Piuttosto, un appello che si pone sulla scia di quanto più volte affermato da Papa Francesco – anche durante il suo recente viaggio ecumenico in Romania – sulla necessità di difendere le culture specifiche dei popoli dall’omologazione del globalismo.

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Il “grande rischio” per l’Europa per il card. Sarah

Il porporato guineano, infatti, spiega: “Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi”.

Nell’intervista, Sarah parla della Polonia, dove afferma di essere stato in visita: “Essa – la sua riflessione – è libera di dire all’Europa che ciascuno è stato creato da Dio per essere messo in un ben preciso posto, con la sua cultura, le sue tradizioni e la sua storia. Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità, è pura follia”.

Il cardinale non lesina poi critiche all’Unione europea. “Voi siete anzitutto polacchi, cattolici, e solo successivamente europei. Voi – il suo invito – non dovete sacrificare queste due prime identità sull’altare dell’Europa tecnocratica e senza patria”.

E poi il siluro: “La Commissione di Bruxelles non pensa che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione europea non protegge più i popoli, protegge le banche”.

Si potrebbe interpretare quello di Sarah come un controcanto rispetto a quanto intonato da altri esponenti ecclesiastici.

“Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa?”, si chiede il prefetto.

Che aggiunge: “La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Il magistero dei pontefici

L’atteggiamento del card. Sarah ricalca un passo del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del rifugiato del 2013.

Ecco la celebre citazione di Ratzinger: “Nel contesto socio-politico attuale (…), prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.

Linea di continuità con quanto il suo predecessore, San Giovanni Paolo II, affermava al Congresso mondiale delle migrazioni nel 1998, ossia che diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”.

Poi Benedetto XVI, in un altro passaggio del suo messaggio del 2013, avvertiva che “non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini”.

Sembra di rileggere il card. Sarah, quando nella sopracitata intervista definisce la migrazione di massa “nuova forma di schiavismo”.

L’appello dei vescovi africani

Concetto che si presenta anche nel messaggio dei vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale al termine della Terza Assemblea Plenaria che si è tenuta a metà maggio in Burkina Faso.

I presuli si rivolgono ai giovani dei loro Paesi così: “Certo, comprendiamo la vostra sete di felicità e di benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera”.

Ed ecco Papa Francesco: “Senza integrazione meglio non accogliere: accogliere lo straniero è un principio morale. Ma non si tratta di accogliere ‘alla belle étoile’, no, ma un accogliere ragionevole”.

Perciò occorre parlare “della prudenza dei popoli sul numero o sulle possibilità: un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza. E credo che proprio questa sia la nota dolente del dialogo oggi nell’Unione Europea”.

“Ma la situazione è più complessa”

Ma bastano gli appelli a dissuadere i giovani dall’intraprendere la strada di viaggi ostili?

Intervistato da In Terrispadre Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali riflette:

“I rischi sono reali, lo sappiamo tutti e credo che ormai lo sappiano anche molti giovani africani. Ma non pochi continuano a partire. Questo ci indica che la situazione è più complessa.

Il gesuita fa presente che “nello stesso comunicato in cui sottolineano i rischi della migrazione, i vescovi dell’Africa occidentale evidenziano molti altri problemi, a partire dall’insicurezza e dalla violenza che affligge molti Paesi e causa il fenomeno dei rifugiati. Per questo con la stessa forza chiedono il rispetto dei diritti di migranti e rifugiati e il sostegno alla loro integrazione nei Paesi di arrivo”.

Nel corso del Sinodo dei Vescovi dell’autunno scorso sul tema dei giovani, di cui padre Costa è stato segretario speciale, i vescovi africani – spiega – “hanno ripetuto più e più volte” che le Chiese dell’Africa, insieme a tutti gli attori sociali e politici “devono investire nel campo dell’educazione e della formazione, anche politica e imprenditoriale: è questa la base della promozione dello sviluppo umano integrale.

Si tratta – sottolinea padre Costa – “di un bisogno drammatico di un continente in cui i giovani sono numerosissimi”.

“In altre parole – prosegue – se non si creano condizioni di vita dignitosa per tutti, viene vanificato nei fatti quel diritto a restare nel proprio Paese su cui la Chiesa insiste, e alle persone non può essere negato il diritto di emigrare per cercare sicurezza e progresso per sé e la propria famiglia là dove è possibile trovarli. Lo ha ricordato il card. Parolin in occasione della visita del Papa in Marocco”.

“Sì alle differenze, no alle chiusure”

In questo contesto, come è possibile realizzare quello che Papa Francesco definisce un poliedro, “nel quale tutti sono uniti e ognuno conserva la propria identità”, da contrapporre alla sfera, “quella globalizzazione che spezza la ricchezza e la particolarità di ogni popolo”?

Innanzitutto – sostiene padre Costa – “è giusto sottolineare che le culture africane non hanno niente da invidiare a quella europea, anzi. È bene che ce lo ricordiamo tutti, tanto gli europei, oggi alle prese con la tentazione del razzismo e del disprezzo delle altre culture, quanto gli africani, esposti al rischio di dimenticare le proprie radici”.

Padre Costa ci tiene quindi a sottolineare: “Il rispetto per la dignità delle culture non può legittimare chiusure: se le facce non sono connesse le une alle altre, se rifiutano di entrare in relazione, il poliedro si sfascia”. Fonte: In Terris

Incinta con la febbre, bimbo muore dopo 5 giorni di agonia: aperta indagine

Cosenza, la mamma ha febbre alta e problemi cardiaci: neonato muore in ospedale, aperta indagine – di Ida Artiaco

Tragedia all’ospedale Annunziata di Cosenza, dove la scorsa notte un neonato è morto in circostanze da chiarire.

La mamma era arrivata al pronto soccorso con febbre e problemi cardiaci e subito è stata ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia.

Non si sa se il bimbo sia nato già morto o sia deceduto successivamente. Indagini in corso.

Dramma all’ospedale Annunziata di Cosenza, dove un neonato è morto dopo 5 giorni di agonia. È successo ieri, lunedì 4 giugno.

Secondo quanto riferito dai genitori, che hanno chiesto e ottenuto l’apertura di un’indagine per far luce su quanto successo, la mamma del piccolo era arrivata al pronto soccorso lamentando febbre alta e problemi cardiaci.

Subito ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia, è stata infine portata in sala operatoria per il parto.

Al momento non è chiaro se il figlio sia nato già morto oppure se il decesso si sia verificato dopo.

Neonato muore: i genitori hanno sporto denuncia

La donna e il marito si sono subito rivolti al posto fisso della polizia nel nosocomio, presentando una denuncia.

Questa mattina, gli agenti della questura della città calabrese sono andati in reparto dove hanno sequestrato la cartella clinica.

Soltanto qualche giorno fa, sempre all’ospedale Annunziata, si è verificato un caso simile.

Il piccolo Francesco è deceduto per cause ancora non accertate nel reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva. Proprio nelle ultime ore è stata eseguita l’autopsia sul corpicino.

Per la sua morte sono finite sotto indagine 18 persone tra ginecologi, ostetriche, neonatologi e chirurghi pediatrici, cioè tutto il personale che è stato a contatto con la mamma e il piccolo nelle varie fasi della gravidanza e del parto.

Il bambino, venuto alla luce il 22 maggio con parto spontaneo pesava 4 chili e 780 grammi.

Il suo quadro clinico, però, come scrive La Gazzetta del Sud, è progressivamente peggiorato fino all’inatteso epilogo con il decesso. Fonte: fanpage.it

Bambini sfilano in passerella davanti alle coppie: i più belli vengono adottati

Brasile: i bambini sfilano in passerella per essere adottatidi Annalisa Teggi

Famiglie adottive in platea a guardare chi scegliere, sul palco bambini e ragazzi truccati e vestiti per l’occasione. È accaduto in un centro commerciale del Mato Grosso.

Truccati e vestiti bene, diciotto bambini e ragazzi hanno sfilato di fronte a una platea di duecento potenziali genitori.

È accaduto nello stato brasiliano del Mato Grosso la scorsa settimana, e non si tratta della prima edizione dell’evento, che ha lo scopo formale di valorizzare le adozioni mostrando al meglio le creature in attesa di genitori.

Alcune fonti parlano di un’età compresa tra i 12 e 17anni, altre – ed è ancora più allarmante – di bambini tra i 4 e i 17 anni (The Brazilian Report).

La scenografia? Un centro commerciale. Gli sponsor della manifestazione sono, neanche a dirlo, delle firme della moda che hanno fornito il materiale per vestire i piccoli modelli.

L’ultimo elemento sconcertante è che il tutto non è stato pensato da qualche mente bizzarra, ma ha avuto l’autorizzazione del giudice per i Diritti dell’infanzia e l’appoggio della Commissione statale “Infanzia e Gioventù” del Mato Grosso.

L’emergenza adottiva in Brasile è serissima: circa 9500 infanti sono senza famiglia. Proprio perciò il progetto «Adozione in passerella» non è passato inosservato e ne sono nate polemiche, ma è meglio dire condanne unanimi; tanto da costringere gli organizzatori a giustificarsi: le intenzioni della manifestazione sarebbero state fraintese, i bambini non sono stati in alcun modo costretti. Da ciò nascono alcune domande: cosa si doveva comprendere? e soprattutto chi doveva comprendere? quei bimbi cosa hanno compreso di sé?

L’occhio vuole la sua parte

Ho provato a immaginarmi la scena, non ci vuole molto. Tante volte girando a vuoto nel supermercato ci si imbatte in questi spettacolini in cui si fa mostra di qualcosa: fari luminosi alla buona, un palco senza troppe pretese, musica di tendenza e assembramento di persone.

Capita allora di togliere l’occhio dalla vetrina per spostarlo dove c’è questo fermento umano, il più delle volte è il tronista di turno che rilascia autografi o il vincitore di qualche edizione addietro di uno dei molti talent show.

Anche nel caso di persone adulte che consapevolmente hanno scelto di «commercializzarsi» mi viene un po’ di tristezza … come se tutto fosse così candidamente spiattellato: siamo dentro un centro commerciale, tu cosa compri? e tu cosa vendi?

Che si sia potuto rendere protagonisti di una simile messa in scena dei bambini, e dei bambini che hanno un vissuto di affettività ferita (visto che mancano loro i genitori), diventa aberrante.

Perché, nonostante tutti i trucchi verbali con cui il progetto «Adozione in passerella» è stato presentato, l’evidenza amara è proprio una faccenda di trucco: se devo vestire e abbellire una persona per renderla appetibile, allora sto vendendo un prodotto.

Bambini sfilano “camuffati”

Vorrei però spostare lo sguardo; cioè: se è già chiaro constatare l’abbaglio dannoso che produce questa iniziativa, cosa genera nella percezione ancora fragile e incerta di questi bambini coinvolti?

Non li ha resi protagonisti, non li ha valorizzati. Li ha camuffati, primo; e da ciò la testa e il cuore ricavano un messaggio preciso: «non posso essere accettato come sono, devo presentarmi meglio».

Li ha esposti, secondo; e da ciò deriva la deduzione che l’adozione sarebbe una scelta al pari di quella che si fa in un negozio.

La parola accoglienza, che è il seme fecondo dell’adozione, sparisce e trascina con sé nell’ombra dell’oblio l’altro pilastro: l’essere.

Il fulcro dell’adozione non sono i genitori, che per molteplici ragioni danno la loro disponibilità all’accoglienza, e neppure il bambino preso come monade assoluta.

L’adozione ha come fulcro la famiglia, cioè questa ipotesi: «Tu sei» è il quid prezioso di ciascuno, e bisogna sentirselo dire da qualcuno; se manca chi biologicamente lo può dire, altri in loro vece si possono assumere questa bellissima responsabilità. 

I genitori adottivi non sono quelli che «vogliono un bambino», sono quelli che hanno risposto sì alla domanda «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?» … non è una sottigliezza linguistica, è mettere al centro il soggetto vero in fatto di vita. E non è l’uomo, ma Dio.

L’apparenza

Un veleno s’insinua quando alla nuda accoglienza dell’essere si cominciano ad aggiungere specificazioni: «tu sei simpatico», allora di adotto; «tu sei grazioso», allora ti adotto; «tu sei come immaginavo mia figlia», allora ti addotto.

L’immagine della sfilata, così tanto emblematica della nostra quotidiana smania di apparenza, nasce da una nostra patologica incapacità di stare in silenzio e ammirati dell’essere.

Il danno più grave lo si infligge ai piccoli: se devo aggiungere qualcosa (un sorriso, un vestito, una protesi al seno, un filtro su Instagram) per essere amato, che ne è di me? Che ne è di quelle parti di me che sono inguardabili – Continua a leggere su: Aleteia

Torna a casa e trova il suo cane morto: la triste reazione di una signora

Muore di crepacuore dopo aver trovato il suo cane in casa senza vita – di Davide Falcioni

Un’anziana di Civitanova Marche è morta alcuni giorni fa dopo aver trovato il suo inseparabile cane in casa senza vita.

Il legame tra uomini e animali raggiunge talvolta livelli inimmaginabili, come testimonia quello che è avvenuto nelle Marche a Rosa Marcantoni e al suo inseparabile cagnolino Pupi.

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Muore di crepacuore per il dolore del suo cane

La donna, 90 anni, viveva in un appartamento di Civitanova Marche e dopo aver perso il marito aveva trovato nell’animale un enorme conforto e una compagnia costante e inseparabile, in grado di consolarla nei momenti di maggiore tristezza.

Insomma, Pupi era di fatto diventato un vero e proprio compagno di vita, tanto più perché nonostante l’età avanzata la signora Rosa godeva ancora di buona salute e poteva quindi uscire quasi ogni giorno di casa insieme all’animale.

Come racconta il quotidiano Cronache Maceratesi alcuni giorni fa l’anziana è andata a fare colazione insieme a una delle due figlie decidendo, per una volta, di lasciare Pupi a casa.

Quando le due donne sono rientrate il cagnolino era disteso a terra, immobile. Era morto da qualche minuto e a nulla sono serviti i tentativi di rianimarlo.

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La figlia della donna ha chiamato il veterinario, mentre Rosa ha cercato ancora di chiamare il cane: all’improvviso ha iniziato ad accusare un malore.

In pochi minuti, l’anziana ha perso conoscenza e la figlia ha allertato la Croce verde, giunta nell’abitazione insieme al personale medico sanitario del Suem 118.

Purtroppo, però, Rosetta all’arrivo dell’ambulanza era già morta e per lei non c’è stato nulla da fare.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Muore di crepacuore dopo aver trovato il suo cane in casa senza vita

Questa sequoia sopravvissuta per 2000 anni rischia di morire per i selfie

Una sequoia millenaria messa in pericolo dai selfie – I troppi turisti hanno rovinato la vegetazione dell’albero che ora ha bisogno di un piano di salvaguardia

E’ sopravvissuto a due millenni di sconvolgimenti e morìe, ma rischia di soccombere davanti ai selfie.

La protagonista di questa storia è una sequoia che si trova nel “Bosco dei Titani”, un’antica foresta vicino al confine tra California e Oregon.

La scoperta del luogo. Un sito inaccessibile fino al 1998, quando due ricercatori si imbatterono in un boschetto nascosto nella remota area del Jedediah Smith Redwoods State Park.

Qui si trovarono di fronte ad un contesto naturale straordinario, con alberi altissimi.Tra di essi anche una sequoia millenaria di 97 metri d’altezza.

Dopo la scoperta, i ranger del parco cercarono di tenere nascosta la posizione ma senza successo: molti escursionisti dilettanti riuscirono ad individuare l’accesso al luogo e resero pubblica la sua posizione su gps.

Da allora questo boschetto è diventato una meta prediletta per molti turisti che visitano questa zona di confine.

Il boom degli smartphone e la moda dei selfie hanno complicato ancora di più la situazione: la maggior parte dei visitatori, infatti, si reca qui per scattare una foto ricordo con la sequoia di sfondo.

Troppi turisti danneggiano la sequoia millenaria

Questa pratica, visto l’alto numero di persone, ha finito per provocare danni alla vegetazione. La calca di migliaia di turisti ha fatto sì che venissero calpestate le felci e tagliate le tracce, causandone l’erosione.

Gli addetti alla pulizia del parco, inoltre, lamentano di ritrovare ogni giorno una quantità eccessiva di rifiuti e di carta che stanno rovinando l’habitat in cui sorge la sequoia.

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Il piano. Per riparare i danni che sono stati creati in questi anni, è stato lanciato un nuovo piano biennale di salvaguardia del boschetto che prevede la costruzione di una passerella sopraelevata, ripiantando la vegetazione danneggiata, deviando i sentieri e costruendo un parcheggio e un’area bagno a un miglio di distanza.

Dobbiamo trovare il giusto equilibrio“, ha detto Sam Hodder, presidente di “Save the Redwoods League”, un gruppo di San Francisco impegnato a tutelare il luogo, “dobbiamo accogliere i visitatori in questi luoghi straordinari, ma farlo in un modo che protegga il delicato contesto ecologico”. Fonte: interris