Aiutiamoli a casa loro: l’arcivescovo come il ministro Salvini

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«Aiutiamo i migranti a casa loro». Se a dirlo è mons. Zuppi, arcivescovo di Bologna. Il tema immigratorio è al centro del dibattito pubblico, seguendo l’attività del ministro Salvini.

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Eviteremo di immergerci nel calderone dei commentatori di una situazione tanto complessa quanto poco adatta alla grossolanità dei social network, dove inutilmente si scannano i buonisti del “dentro tutti” e i cattivisti del “fuori tutti” (interessante l’editoriale di Antonio Politi).

Guerriglia social cui partecipano purtroppo moltissimi cattolici, con toni tanto volgari che si fatica a credere.

Vorremmo continuare a respingere le accuse che la Chiesa sta ricevendo sopratutto da molti suoi “figli dissidenti”, secondo i quali starebbe sponsorizzando un’immigrazione selvaggia ed irregolare.

Della posizione di Papa Francesco abbiamo parlato in più occasioni, citiamo soltanto una frase riassuntiva:

«Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione».

Oggi segnaliamo una recente intervista ad un arcivescovo definito dalla stampa “bergogliano”, quello di Bologna.

Si parla in queste ore delle parole del ministro Salvini sulla popolazione rom, e mons. Matteo Zuppi -che conosce bene i campi di Roma-, riconosce: «È giusto anche che si superino i campi rom, che sono in condizioni inumane».

Ma non ritiene che le ruspe siano la soluzione, spostano soltanto il problema e «vanificano mesi di sforzi educativi».

Il passaggio più interessante, però, è questo: «al ministro dell’Interno direi che è giusto porre l’Europa di fronte alle sue responsabilità e occorre il dialogo per trovare una soluzione!

Occorre continuare a salvare in mare chi è pericolo, anche perché ciò ci rende più forti e credibili nell’esigere soluzioni.

Bisogna fare attenzione al linguaggio che si usa. Un ministro deve farsi capire, certo, ma anche usare modi istituzionali.

Gli direi che occorre investire seriamente in Libia per la pace e i diritti umani. E poi che bisogna aiutare i Paesi di origine dell’immigrazione, ma non con un piano di aiuti spot.

Serve una strategia seria per convincere i giovani a restare. Occorre continuare i corridoi umanitari, realizzati con successo da Sant’Egidio, Chiesa cattolica e protestante, che coniugano umanità e sicurezza».

Braccia aperte e accoglienza cristiana -nei limiti del possibile- a chi è in difficoltà, ma la soluzione è aiutare i migranti a non partire.

Ovvero, la “versione cattolica” del famoso motto leghista “aiutiamoli a casa loro”, scandito da Matteo Salvini in campagna elettorale.

Qualcuno si stropiccerà gli occhi, ma un anno fa fu ancora più esplicito il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin: «il discorso dell’”Autiamoli a casa loro” è un discorso valido, nel senso che dobbiamo aiutare veramente questi Paesi nello sviluppo, in modo tale che la migrazione non sia più una realtà forzata».

A sua volta, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Gualtiero Bassetti, ha dichiarato: «La gente non deve essere costretta a partire. Dobbiamo promuovere la mentalità per cui si creino condizioni per cui essi possano restare».

Mentre don Gianni De Robertis, direttore generale di Migrantes, ha citato le parole di papa Francesco e Benedetto XVI: «la prima libertà deve essere quella di non essere costretti a lasciare il proprio Paese».

Insomma, dov’è quell’endorsement clericale all’immigrazionismo incontrollato del quale tanto ci si indigna sui blog della sedicente “resistenza cattolica”? Fonte UCCR