Aiuta la moglie a uccidersi, carica il video su YouTube e va a costituirsi

marìa

«María, è giunto il momento che desideravi». Poi il marito l’aiuta a uccidersi sotto la telecamera di Caterina Giojelli

«Bene, María José, registreremo questa testimonianza, perché è molto importante per noi lasciare traccia del desiderio che tu vuoi che si realizzi, il suicidio».

María annuisce. «Sei ancora dell’idea di volerti suicidare?». «Sì». «Vuoi aspettare?». «No». «Vuoi che si faccia adesso?». «Sì». «Sai che devo aiutarti? Che non c’è nessuno che possa aiutarti…». «Sì, lo so».

Questo non è il dialogo di un film. È il dialogo che si svolge tra Ángel Hernández e sua moglie María José Carrasco in una casa del quartiere di Saconia di Madrid il 2 aprile scorso, poche battute per spiegare cosa accadrà la mattina dopo, quando l’uomo le porgerà una cannuccia immersa in un bicchiere di pentobarbital.

María e la sclerosi multipla

María, 61 anni, siede rigida sulla poltrona rossa, la faccia severa, gli occhi appuntiti e divoranti guardano altrove con insofferenza.

Quelli del marito settantenne sembrano invece dimorare da anni sull’immagine della moglie avvolta dalla coperta viola, mentre discutono freddamente del solo possibile contravveleno all’annientamento della sclerosi multipla che ha colpito María trent’anni prima conducendola all’invalidità.

«Facciamo domani?», «Prima è, meglio è». Intorno al loro, c’è tutto ciò che in una casa è prosa e poesia, scaffali abitati da centinaia di libri, un ritratto in bianco e nero di una giovane ragazza (María stessa?), il sole che filtra da tendaggi chiarissimi.

«Sai, me l’hai chiesto molte volte, molte, più di quanto fosse necessario. Io ero certo che venisse approvata l’eutanasia, ma poi ovviamente… Oggi è il 2 aprile 2019. Vuoi quindi insistere e ucciderti?». «Sì».

«Vediamo, vuoi che prepari tutto e lo facciamo domani?». «Sì», dice María. Aggiungendo in fretta, «prima è, meglio è».

«L’unica cosa che mi preoccupa è che non puoi bere liquidi perché hai problemi di deglutizione. E non è solo perché ti senti soffocare, ma perché ti costa molto lavoro, ti affatichi ogni volta che mangi qualcosa. Questa è l’unica preoccupazione che ho. Ma tu vuoi andare avanti, vero?». «Sì».

Hernández riflette a voce alta, spera di non essere stato frodato comprando il farmaco su internet, i due restano d’accordo di procedere la mattina dopo. La telecamera si spegne.

Perché quanto sta andando in scena tra le mura domestiche non è un film, è la morte stessa. L’uomo caricherà il video il giorno dopo su YouTube, prima di andare a costituirsi.

«È giunto il momento che tanto desideravi».

Mattina, si riaccende la telecamera. Questa volta a fare da sfondo è una finestra sigillata, le tapparelle abbassate, la luce artificiale senza compassione sul volto della donna a letto, appoggiata al cuscino, le braccia conserte.

«Bene, María José, è giunto il momento, quello che tanto desideravi». La donna annuisce sorridendo al marito stringendosi le braccia con le dita ossute. «Ti presterò le mie mani, visto che non puoi usare le tue, ti presterò le mie mani. Per prima cosa proviamo un po’ d’acqua perché non so se riesci a deglutire. Se vediamo che non puoi ingoiare…».

Maria deglutisce veloce e annuisce convinta verso il marito. Continuerà a spostare lo sguardo su di lui e la cannuccia verde. «Te lo do allora». «Sì». «Bene, avanti». Il video si interrompe.

El País ed El Mundo hanno deciso di non trasmettere le immagini in cui si vede María che ingerisce il liquido e muore. Riportano solo queste parole di  Hernández: «Vediamo, dammi la mano, voglio guardare spegnersi definitivamente la tua sofferenza, calmati, ora ti addormenti subito»..

Alla vigilia delle elezioni. L’uomo ha caricato il video, si è consegnato alle autorità, ha passato una notte in cella, è comparso la mattina dopo davanti a un giudice che lo ha rilasciato in attesa di processo per omicidio. Ma la sua straziante registrazione ha funzionato.

Alla vigilia delle elezioni il primo ministro socialista Pedro Sánchez ha promesso la legalizzazione dell’eutanasia. Ha accusato i partiti di opposizione, Popolari e Ciudadanos, di aver ripetutamente bloccato qualsiasi tentativo di riformare la legislazione spagnola per consentire alle persone che soffrono di malattie terminali di avere «una morte dignitosa».

Il copione già scritto ha visto Sánchez a Telecinco proclamare: «Avendo visto queste immagini, mi sento assolutamente sopraffatto, commosso, ma devo dire che sono anche in parte indignato, perché questo può essere evitato». Ha aggiunto che da parte sua perdonerebbe Hernández in caso di condanna. .

Il caso (e il video) di Ramon Sampedro.

Il video di Hernández dà i brividi. Nessuna musica o momento lirico davanti all’impassibile macchina da presa, non c’è l’imbastito schianto di una vita ormai giunta al capolinea come per Javier Bardem nel pluripremiato Mare dentro, il film di Alejandro Amenábar che ha portato la storia di Ramón Sampedro Cameán, rimasto tetraplegico dopo un tuffo nel mare di Galizia, al Festival di Venezia del 2004.

Ricordate le parole di Ramona Maniero, la donna che il 12 gennaio 1998 consegnò al suo amato un bicchiere colmo di cianuro di potassio «per amore» e che «amore» lo chiamò salutandolo? 

Per il reato di cooperazione al suicidio il codice penale spagnolo prevede fino a cinque anni di reclusione, ma l’archiviazione per mancanza di prove decretata dal giudice nel novembre 2004 e la caduta in prescrizione, hanno preservato Ramona dall’essere processata.

Sampedro aveva chiesto aiuto all’Asociación Derecho a morir dignamente (Dmd), scrisse un libro diventato un best seller, Cartas desde el Infierno (Lettere dall’inferno), ma tutti i tribunali respinsero le sue richieste di morire con suicidio assistito.

Finché conobbe Ramona, una bella operaia di 37 anni separata con figli, che contro il volere dei familiari che per anni si erano occupati di lui, insieme a un gruppo di persone, esaudì il desiderio del pescatore spagnolo.

Anche in quel caso ci fu un video, quello della morte escogitata insieme alla Dmd con Sampedro che ammoniva: «Che nessuno sia accusato della mia morte. Se il corpo avesse avuto a disposizione due braccia e due gambe, la decisione sarebbe stata solo mia, senza coinvolgere altri».

Una videocassetta che dalle mani degli inquirenti era finita, non si sa come, nelle mani dei giornalisti che ne mostrarono cinque minuti nell’edizione della sera del tg di Antena3. Processo aperto e chiuso in fretta, con la campagna “Anch’io ho aiutato a uccidere Sampedro” in cui più di diecimila persone in Spagna si accusarono di aver provocato la morte del tetraplegico.

Al Festival di Venezia, insieme a otto ministri, assisterà alla proiezione di Mare dentro anche José Rodriguez Zapatero: uscendo dalla sala dichiarerà ai giornalisti che il film «è un canto dalla morte alla vita» promettendo subito la depenalizzazione dell’eutanasia.

«Non voglio dormire, voglio morire».

Ma ora c’è di più. E ancora una volta c’entra la Dmd, che diffonde comunicati spiegando che le azioni di Hernández possono essere intese solo «come un atto d’amore che non dovrebbe ricevere alcun tipo di sanzione penale».

E che «più dell’80 per cento della popolazione è favorevole alla depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. Tuttavia, l’articolo 143 del codice penale continua a punirla con pene detentive. Dmd chiede che i futuri deputati regolino e depenalizzino con urgenza l’eutanasia. Farlo è già diventato un imperativo morale».

La coppia aveva già rilasciato un’intervista a El País il 16 ottobre scorso: «Per noi l’ideale sarebbe l’eutanasia, la legge dovrebbe essere approvata, ma sicuramente al Congresso qualche iniziativa dell’opposizione la ritarderà» (la proposta socialista di rendere l’eutanasia nuovo diritto individuale sulla falsa riga dei Paesi Bassi non era aveva incontrato il sostegno dei Popolari.

Dopo la morte di Carrasco José Manuel Villegas, segretario generale del partito di Ciudadanos, si è scagliato contro «gli interessi dei partiti» che avevano lasciato in un limbo la proposta di legge).

Molti anni fa la coppia aveva fatto testamento biologico davanti a un notaio, poi María, racconta il marito al quotidiano spagnolo, ricevuta la diagnosi di sclerosi multipla, aveva tentato il suicidio.

Il marito l’aveva salvata e aveva trasformato la casa in un piccolo museo delle cose perdute: un pianoforte chiuso per anni, una sedia a rotelle inutilizzata, un dipinto incompiuto su un cavalletto, una sorta di gru che avvolgeva in un fascio a mo’ di altalena María quando doveva essere sollevata o spostata in soggiorno.

«Non voglio dormire, voglio morire», aveva detto la donna quando, finita in ospedale in seguito a quello che il marito ha definito un “mini-ictus”, le offrirono cure palliative che l’aiutassero a vivere meglio ma non a “terminarla”. Il marito chiudeva l’intervista dicendosi pronto ad aiutarla a morire, la donna disse che aveva paura che sarebbe incorso in responsabilità penali.

Oltre il confine, dentro le mura di casa.

E oggi: oggi si è superato un confine. Non solo quello di casa, dove si è piazzata una telecamera sulla testa di un marito e di una moglie che senz’audio potrebbero parlare di qualunque cosa, e invece stanno pianificando una morte asciutta, senza lirismi, fronzoli, sapienti inquadrature.

Un omicidio procurato tra un pianoforte chiuso e un cavalletto, e che va in scena con la più spietata delle regie, il riferimento alla legge e alla politica, la liturgia dei «sì» della donna ripetuti come in preparazione a un macabro rito che ammutolisce. Che non lascia scampo.

Sorprende, nell’epoca delle grandi rimozioni, in cui ci sono cose che non vogliamo vedere, che non è tollerabile mostrare, l’ostinata ripresa degli ultimi istanti di vita di María, questo invito a guardare: «Tutto ciò poteva essere evitato».

Oggi, che non è ammessa la visione dell’uccisione in grembo di un nascituro, deliberata dalla scelta di sua madre, è importante assistere a quella decisa da un’invalida nel letto di casa sua. Fino all’ultimo dettaglio.

L’ideologia più forte della pietà.

Oltre il confine, fino al capezzale di una donna a letto, sconfitta non dalla malattia ma dall’ultimo spietato tributo alla causa dell’autodeterminazione, la libertà di fondarsi da sé.

Mai in questi anni avevamo assistito alla violazione di un momento sacro come quello dell’ultimissimo fiato dell’esistenza, brutalizzato dalla ripresa di una telecamera, così inumano da far rabbrividire e optare per la censura anche i quotidiani spagnoli.

Non si assiste alla fine di una battaglia, non a un addio alla vita in quella casa museo di cose perse e vissute per decenni e sbattuta su YouTube, ma al trionfo di una convinzione più forte di ogni pietà: solo il lenzuolo e la finestra sigillata mentre María beve dalla cannuccia verde. Una morte asettica e inodore. Incapace perfino di spezzare il cuore a comando. Fonte: Tempi