World Economic Forum: il futuro è senza vino, caffè e cioccolato (e altri 9 alimenti)

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vino, caffè e cioccolato

Presto potremmo dire addio a cibi amati come vino, caffè e cioccolato. Ecco perché

Il clima cambia, quali alimenti spariranno

  • di Milena Castigli

Un futuro prossimo senza caffè, riso, vino e cioccolato? Potrebbe sembrare una trama da film horror, invece – anche se con toni decisamente più smorzati – è quando ipotizza l’ultimo studio del World Economic Forum riguardo al rapporto tra agricoltura e cambiamenti climatici. L’innalzamento globale delle temperature, infatti, sta minacciando su scala globale l’habitat di numerose colture e, al contempo, sta impattando negativamente sulla salute di numerose piante e frutti.

Il rapporto

Secondo il report stilato dal Wef, sono ben 12 le specie vegetali a “rischio estinzione”. Queste tipologie di colture hanno esigenze sempre più difficili da soddisfare che stanno portando – oltre alla riduzione della produzione – a un consistente aumento dei prezzi di vendita.

Caffè a rischio

Una delle piante più sofferenti è anche una delle più amate al mondo: il caffè. I cambiamenti climatici, infatti, stanno modificando le principali aree di coltivazione mettendo così a rischio – nel breve periodo – il 20-25% della produzione con la conseguente perdita di almeno un quarto dei raccolti.

Frutta

Tra le altre colture a rischio ci sono avogado e ceci che necessitano di grandi quantità di acqua per crescere. Ma anche fragole, pesche, albicocche, ciliegie e prugne, frutti estremamente delicati che richiedono – per maturare – condizioni metereologiche e temperature abbastanza costanti (tra i 25 e i 30°). In pericolo anche il vino: la produzione del “nettare degli dei” potrebbe nei prossimi 50 anni arrivare a ridursi fino all’85% dei volumi attuali a causa dell’innalzamento delle temperature nelle principali regioni produttive. L’eccessivo calore è anche alla base dei problemi per la produzione di sciroppo di acero: questo alimento molto amato in Nord America è ottenuto dalla linfa dell’albero che viene spinta fuori dalla corteccia grazie alla pressione provocata dal cambiamento di temperatura tra giorno e notte, quando si arriva anche al di sotto dello 0 termico. Un processo sempre più raro a causa del surriscaldamento globale. L’insofferenza dovuta sia a un clima troppo secco sia, all’opposto, a piogge abbondanti rendono anche le arachidi una coltura estremamente difficile. Negli ultimi anni le ondate di caldo e siccità hanno distrutto intere coltivazioni di noccioline nei principali Paesi produttori dell’America del Sud. Condizioni climatiche moderate e consistenti quantità di acqua fanno anche della banana un frutto con esigenze estremamente rigide. L’aumento delle emissioni di gas serra e le condizioni climatiche instabili stanno già mettendo a dura prova la produzione di questo alimento in molte parti dell’Africa, primo produttore al mondo.

Cioccolato

Non va meglio anche a uno degli almenti più apprezzati: il cioccolato. Secondo uno studio dell’International Center for Tropical Agriculture l’estrema volatilità delle temperature nei principali Paesi produttori di cacao rischia di far diminuire notevolmente la produzione entro il 2030. Per crescere, infatti, queste piante hanno bisogno di condizioni climatiche molto particolari, caratterizzate da un elevato livello di umidità.

Cereali

La sfida più grande è però rappresentata dal rischio estinzione di colture base nell’alimentazione umana, quali soia, riso, grano e mais. Per la soia – fonte principale di proteine vegetali non solo per l’uomo, ma anche per gli animali – si prospetta infatti una riduzione di circa il 40% entro il 2100.

Per comprendere quanto i cambiamenti climatici impattino sulle colture nostrane, In Terris ha intervistato il responsabile economico di Coldiretti, dott. Lorenzo Bazzana.

Dott. Bazzana, come stanno influendo i cambiamenti climatici sull’agricoltura italiana? Quali sono le problematiche principali?

“Tra le problematiche principali dovute ai cambiamenti climatici ci sono le precipitazioni che sono diventate molto meno diffuse ma molto più ‘tumultuose’: non piove per dei mesi e poi in poche ore o pochi giorni, viene scaricato quello che non aveva piovuto prima. Risulta quindi molto più difficile gestire la risorsa idrica. Per ovviare a questo nuovo problema, è necessario poter rinvasare e conservare l’acqua perché – a differenza di quello che accadeva una volta – non è più distribuita nel periodo ma viene ad essere concentrata in pochi istanti in modo puntiforme”.

Perciò tanta e in poco tempo. Da quanti anni denunciate questo problema?

“Dal punto di vista empirico potremmo farlo risalire a una decina di anni fa. La storia di questo Paese presenta, dal punto di vista idrogeologico, situazioni che hanno generato diversi casi di disastri e smottamenti causati in genere da una forte precipitazione giunta al culmine di un lungo periodo di siccità. Queste situazioni, che a volte sono finite anche in tragedia con morti e dispersi, avvengono principalmente lungo la dorsale appenninica, ma anche nelle Alpi e o sulle isole”.

Qual è il problema più ricorrente?

“Principalmente, la modifica dei limiti di coltivazione di alcune colture, tipo la vite e l’olivo”.

In che senso? 

“Nel senso che si è spostata verso nord l’area di coltivazione dell’olivo e della vite. L’olivo per esempio si è insediato in latitudini un tempo impensabili, come sulla dorsale alpina. Un tempo il limite invalicabile era quello dei laghi lombardi. Oggi troviamo coltivazioni di olive a latitudini e altitudini anche maggiori”.

Esistono differenze tra il Nord e il Sud Italia?

“Sì. I cambiamenti climatici stanno assumendo aspetti diversi nelle varie zone della Penisola. Se è vero che l’habitat ideale della coltivazione della vite si sta muovendo verso il settentrione, è altrettanto vero che al Sud, in particolare in Sicilia, abbiamo aziende che hanno iniziato a coltivare banane e altre specie tropicali che magari prima non si riuscivano a far crescere. In pratica: perdiamo qualcosa da una parte ma guadagniamo dall’altra. L’importante è che ci sia un approccio aperto che permetta di sperimentare nuove coltivazioni che non siano necessariamente delle nostre zone”.

L’arrivo dall’Africa di specie animali allogene può rappresentare un pericolo per l’agricoltura?

“Sicuramente sì. Per quel che concerne l’agricoltura, abbiamo alcuni insetti che si sono insedati in Italia provenienti da altri continenti – in particolare Asia e Africa – e che qui con l’aumento delle temperature hanno trovato condizioni interessanti. Basti pensare al vettore della ‘lingua blu’, un culicoide – insetto dell’ordine dei Ditteri – che viene dall’Africa e che si è insediato in Italia. Dal punto di vista difensivo, la penetrazione di insetti alieni è fonte di grande preoccupazione: dal virus ‘Tristeza’ degli agrumi al cinipide – o vespa – del castagno, passando per alcune patologie come quella portata dal punteruolo rosso, micidiale parassita di molte specie di palme. Senza dimenticare la vespa velutina che si nutre di api”.

Quale impatto hanno le specie aliene?

“Ogni volta che arriva qua un organismo alieno che trova le condizioni ideali per insediarsi e non incontra i nemici naturali mette a rischio tutto il nostro tessuto produttivo. Pensiamo alla Cimice asiatica, un insetto caratterizzato da una elevata prolificità, assenza di antagonisti naturali e una forte resistenza ai metodi di lotta che provaca gravi danni ai frutti in tutti gli stadi di sviluppo. E’ arrivato in Italia da Cina o Giappone nel 2012 e rappresenta uno dei parassiti più temuti in questo momento”.

Avete presentato delle proposte a tutela dell’agricoltura nostrana?

“Sì, abbiamo presentato molteplici proposte a Bruxelles, alla Comunità Europea. Nello specifico, abbiamo chiesto un sistema di salute delle piante che comporti maggiori controlli alle frontiere per impedire l’arrivo di patogeni durante gli scambi di merce. Per esempio i prodotti che giungono dal Sud Africa destano grossa preoccupazione perché lì ci sono malattie che non sono ancora arrivate in europa e che se attecchissero in Italia devasterebbero i nostri agrumeti. Per tali motivi, stiamo chiedendo alla Ue una una maggior verifica alle dogane dello stato di salute dei prodotti agroalimentari e un controllo dettagliato di tutti i tipi di merci, non solo di quelli alimentari. Questo perché molto spesso queste malattie possono viaggiare anche con gli imballi o con altri supporti”.

Fonte: interris