Open e le bufale: caro Mentana, ma come li scegli i tuoi giornalisti?

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Caro Mentana, la bufala l’ha raccontata il tuo Open – di Ermes Dovico, da La Nuova Bussola Quotidiana

Secondo un articolo del giornale di Mentana, il via libera all’aborto fino alla nascita dello Stato di New York è una bufala.

Ma è proprio ciò che prevede la legge, di cui Open non cita passaggi fondamentali. Finendo per mentire.

Pubblicare un articolo presentandolo come un lavoro di fact-checking (verifica dei fatti) e dire già nel titolo che molti altri articoli di colleghi – specificamente di giornali di area cattolica e pro vita – sono una «bufala», deve essere una roba parecchio impegnativa.

Il problema è che se questa verifica dei fatti riguardante un Pdf di sei pagine omette di citare dei passaggi essenziali della legge approvata il 22 gennaio nello Stato di New York, il cosiddetto Reproductive Health Act (RHA) che come abbiamo già scritto su questo quotidiano consente di abortire fino al nono mese di gravidanza praticamente per qualsiasi ragione, il tutto si tramuta in una menzogna.

Nello specifico parliamo di un articolo diffuso da Open, il giornale online fondato di recente da Enrico Mentana, e così intitolato:

«La bufala dello Stato di New York che permette di abortire fino all’ultimo giorno di gravidanza».

Occhiello: fact-checking, appunto, e in alto un post di Giorgia Meloni, anche lei “colpevole” secondo Open di aver dato una «bufala».

Open dimentica una parola fondamentale: health

Dopo aver presentato la vicenda, l’autrice dell’articolo Charlotte Matteini (sul suo profilo Twitter si presenta come debunker nonché «liberale, libertaria, garantista», ma le chiediamo da dove viene la sua libertà se non innanzitutto dall’avere avuto il dono di essere concepita e venire alla luce) scrive:

«In realtà, la legge approvata pochi giorni fa non consente affatto a qualunque donna di abortire fino all’ultimo giorno di gravidanza per qualsiasi motivo, ma estende oltre il precedente limite – posto a 24 settimane di gravidanza – la possibilità di poter ricorrere ad aborto terapeutico in caso di gravi rischi per la vita della donna o in caso di assenza di vitalità fetale».

Ora, posto che già questi contenuti della legge sono gravi in sé e per sé, poiché l’aborto procurato direttamente costituisce sempre un atto malvagio in quanto comporta la soppressione di una vita umana innocente (ciò vale dall’istante del concepimento), l’articolo di Open dimentica una parola fondamentale presente nel testo di legge: health. Salute.

L’RHA dice proprio che l’aborto può essere praticato pure dopo le 24 settimane se – nell’opinione dell’operatore sanitario con licenza, che a causa di questa legge estrema potrà anche non essere un medico – there is an absence of fetal viability, or the abortion is necessary to protect the patient’s life or health [grassetto nostro, ndr].

Quindi, aborto legale non solo se un operatore sanitario ritiene che il bambino non possa vivere autonomamente fuori dal grembo (fatto che può avvenire, per esperienza medica, già intorno alla 21^ settimana), non solo per motivazioni legate alla vita della paziente ma anche alla «salute», parola magicamente omessa da Open.

Commentando questo passaggio avevamo già ricordato che nel termine health vengono oggi fatte rientrare le più svariate motivazioni psicologiche.

Definizione di salute approvata dall’Oms

A questo salto semantico, aggiungiamo per completezza, ha contribuito la definizione di «salute» approvata dall’Organizzazione mondiale della Sanità nel 1946 ed entrata in vigore nel 1948:

«La salute è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale e non meramente l’assenza di malattia o infermità».

Questa definizione vastissima di “salute”, che negli anni più caldi della propaganda abortista ha influito tra l’altro sulle decisioni di molti giudici dei Paesi occidentali (dagli Stati Uniti all’Italia), contempla quindi non solo elementi fisici ma anche psicologici e perfino economici: per l’appunto, adducendo motivazioni riguardanti la “salute”, per effetto di questa legge sarà possibile abortire legalmente fino all’ultimo giorno di gravidanza.

Quindi a raccontare bufale non è chi fa presente quest’amara verità ma chi, come il giornale fondato da Mentana (che ha rilanciato l’articolo sulla sua pagina Facebook), la nega.

E se ancora ci fosse bisogno di prove è pure scritto nero su bianco, all’inizio dello stesso RHA, che scegliere di avere un aborto è «un diritto fondamentale» (scelta messa incredibilmente sullo stesso piano del dare la vita) di chi è incinta e che lo Stato non può «negare o interferire» con l’esercizio di questo diritto.

È evidente che una previsione normativa di questo genere, che ridefinisce diabolicamente i termini «persona» e «omicidio» e come immediata conseguenza elimina pure una precedente norma che dava al medico legale l’autorità di investigare su un sospetto aborto di natura criminale (chiaro: negando che il nascituro è «persona» crolla tutto, compreso il pregresso impianto sanzionatorio), non solo consentirà di sopprimere i bambini nel grembo a qualunque stadio e per qualunque motivo ma porrà serissime limitazioni alla libertà di coscienza (se non addirittura la stessa negazione: ricordiamo che l’aborto è nella fattispecie definito «diritto fondamentale», e a un diritto corrisponde un dovere) di medici e ostetriche.

Il caso Roe contro Wade

Anche la storia della Roe contro Wade, la sentenza della Corte suprema americana del 1973 che ha imposto l’aborto legale in tutti e 50 gli Stati federati (fino allora liberi di disciplinare la materia, tant’è che nella gran parte di essi l’aborto era vietato), è raccontata in modo parziale, ossia secondo la versione propagandata da Linda Coffee e Sarah Weddington, due legali che sul finire degli anni Sessanta iniziarono ad andare in cerca di casi “pietosi” per scardinare il divieto vigente in Texas sull’aborto.

Vero che Norma McCorvey (1947-2017), la “Jane Roe” della sentenza, fu costretta a mentire ma dall’articolo di Open non si capisce da chi: furono proprio la Coffee e la Weddington a usare la giovane Norma, che veniva da una situazione familiare e personale disastrata, per i propri scopi.

Come disse anni più tardi la stessa Norma, nel frattempo convertitasi al cristianesimo e alla causa pro life, tanto da attraversare gli Stati Uniti in lungo e in largo e scrivere libri per raccontare la sua storia e sensibilizzare sulla protezione del nascituro:

«L’intera industria dell’aborto è basata su una menzogna. Sono stata persuasa a mentire da legali femministe, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto, ma era tutta una bugia». Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana