Decidono i medici, non i genitori. E la figlia 14enne diventa un maschietto

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Fotogramma tratto dal cortometraggio danese Boy

A 14 anni può cambiare sesso anche senza il consenso del genitore – di Caterina Giojelli

La scuola, l’ospedale pediatrico e la Corte Suprema della British Columbia stabiliscono che il best interest di Maxine sia essere trattata col testosterone. Anche se il padre è contrario.

Lo scorso 27 febbraio la Corte Suprema della British Columbia, Canada, ha stabilito che una quattordicenne può sottoporsi a un trattamento a base di iniezioni di testosterone senza il consenso dei suoi genitori.

La Corte ha dichiarato inoltre che se la madre o il padre verranno sorpresi a riferirsi a lei utilizzando un pronome femminile, o chiamandola col suo nome di nascita, o ancora cercando di farla desistere dal trattamento, verranno riconosciuti colpevoli di violenza familiare ai sensi del Family Law Act.

La storia di Maxine (questo il nome scelto dai media locali), raccontata a più riprese da The Federalist, inizia a diventare un “caso” quando la ragazza ha solo 12 anni: è allora che il padre Clark (anche questo nome è di fantasia) scopre che sua figlia viene trattata come un maschio da tutta la scuola e che, aiutata dal suo consulente scolastico, ha scelto anche un nuovo nome, Quinn.

Fino ad allora nessuno lo aveva informato: le direttive Sogi (Sexual Orientation and Gender Identity) alle quali il ministero della Pubblica istruzione ha imposto agli istituti della British Columbia di adeguarsi, proteggono la riservatezza dello studente e conoscere sesso genere o nome preferito di Maxine a scuola non è prerogativa del genitore.

Quello di cui ha contezza il padre invece è che dal 2013, quando si è separato dalla madre di Maxine (che allora aveva solo 10 anni), la ragazza manifesta grande fragilità e spesso i suoi insegnanti sono costretti a segnalare a casa i suoi comportamenti scorretti.

L’autolesionismo, il video su Youtube

Prima di assumere una identità transgender Maxine ha inoltre attraversato una “fase lesbica” e prima ancora ha avuto due grandi infatuazioni per due suoi professori di sesso maschile: in entrambi i casi la scuola interviene, nel secondo spostando la ragazza in un’altra classe.

Maxine, raccontano i giornali, dopo essersi isolata arriva perfino a tentare il suicidio. E qui iniziano i problemi: secondo il canadese National Post per la mamma, chiamata con lo pseudonimo di Sarah, l’autolesionismo che Maxine manifesta è da attribuirsi alla disforia di genere: la ragazza non si sente a suo agio in un corpo femminile.

Stando al giornale il “coming out” è scattato dopo che la ragazza è incappata su YouTube nel cortometraggio danese Boy, che racconta lo scontro tra Emilie, una ragazza transgender, e sua madre.

Maxine inizia a essere seguita allora dal dottor Wallace Wong, psicologo e attivista lgbt che indirizza la ragazza a un ospedale pediatrico per iniziare a ricevere iniezioni di testosterone: Maxine ha 13 anni, le serve il consenso dei genitori per procedere al trattamento. Il padre però si rifiuta di firmare.

La lettera dell’ospedale vuole evitare il consenso dei genitori

Per tre mesi l’ospedale cerca inutilmente di convincere Clark, fino a che, l’1 dicembre 2018, l’uomo riceve una lettera firmata dalla dottoressa Brenden Hursh, che lo informa dell’inizio entro due settimane del trattamento su Maxine, senza il suo consenso.

Secondo il BC Children’s Hospital infatti Quinn (lo chiamano così) è un «minorenne maturo», che può ricevere un trattamento contro i desideri di entrambi i suoi genitori, secondo la sezione 17 del BC Infants Act.

«Il team di Quinn ha concluso che possiede una sufficiente maturità e intelligenza per essere in grado di acconsentire alle proprie cure mediche, nonostante abbia solo 14 anni. Inoltre, il team concorda che il trattamento proposto è nel suo migliore interesse (…) né lei né sua madre potete prendere questa decisione per lui».

Clark presenta allora una mozione alla Corte provinciale che impedisce temporaneamente l’avvio del trattamento.

Qui il caso diventa politico, chiamandolo Max il National Post dedica a Maxine/Quinn la succitata storia di copertina sollevando il quesito: chi decide del migliore interesse? I medici o genitori?

I conservatori rispondono alla stessa questione sottolineando come a detta dello stesso ospedale gli effetti a lungo termine del testosterone e dei bloccanti della pubertà sugli adolescenti più giovani siano ancora sconosciuti: dalla distruzione irreversibile della fertilità fino all’aumento esponenziale del tasso di suicidi attestato da uno studio svedese, fino a citare i medici che nel caso di minorenni e bambini invitano ad affrontare il disturbo mentale prima di somministrare bloccanti della pubertà.

Le preoccupazioni di un padre

Clark non è preoccupato dalla identità di Maxine, le ha perfino comprato una bandiera transgender pride per la sua stanza.

Ma crede che per lei sia meglio aspettare la maggiore età per affrontare un trattamento del genere: è preoccupato dagli effetti irreversibili del testosterone e non crede sia stato il desiderio represso di una bambina di diventare maschio la causa della sofferenza di sua figlia, quanto un effetto di tale sofferenza.

Soprattutto non capisce come un ospedale possa forzare un trattamento a base di testosterone a prescindere dalle obiezioni di un genitore ragionevolmente preoccupato dalla natura ancora sperimentale della cura e dai suoi effetti permanenti.

Il 27 febbraio la sentenza che vuole chiudere il caso: il quattordicenne inizierà a prendere testosterone contro i desideri di un genitore e solo sulla base del proprio consenso.

Per la Corte eviterà in questo modo di nuocere ancora a se stesso e il suo best interest verrà garantito.

Del boom dei “detransitioner” – i minorenni transgender americani che dopo la transizione vogliono tornare al sesso assegnato e del ruolo che il cosiddetto “contagio sociale” avrebbe nel seminare il dubbio sulla propria identità sessuale e in quella dei bambini, nessuno sembra curarsi. Fonte Tempi